ISTRIA, FIUME, DALMAZIA, RITORNEREMO

Saggio Storico di Remo Calcich  “ISTRIA FIUME DALMAZIA, RITORNEREMO, FOIBE ED APOLOGIA DEL FASCISMO”

 

 

ESTRATTO

La riscoperta delle vicende drammatiche del confine orientale, durante il secondo conflitto mondiale e dopo, non rappresenta un fenomeno esclusivamente italiano.

Nell’Europa centro-orientale, a partire dalla fine degli anni novanta, nella fase di passaggio dal modello comunista a quello dell’economia di mercato, in un clima di rinnovato revanscismo anticomunista, hanno ritrovato popolarità narrazioni storiche fasciste.

L’esodo da Pola, nel 1947, viene equiparato a Trieste, negli ambienti irredentisti, all’espulsione (Vertreibung) di milioni di tedeschi, immediatamente alla fine della seconda guerra mondiale, dai territori dell’Europa orientale.

All’inizio del 1992  Gianfranco Fini, segretario del Movimento Sociale, con un gesto provocatorio e accompagnato da Roberto Menià, proconsole dell’estrema destra triestina, denunciò come ingiusti e vergognosi i trattati di pace del 1947 e di Osimo del 1975 e pronunciò un giuramento: Istria, Fiume, Dalmazia, ritorneremo.

Nel 1994 e nel 1995 sotto la spinta revanscista, cominciarono essere pubblicati sulla stampa nazionale articoli sul tema delle “foibe” .

“Panorama” fece scalpore con la diffusione di un “dossier” di novanta pagine sulle “Foibe” corredato da nomi e fotografie.

L’autore elencava i crimini commessi  dai partigiani jugoslavi a Trieste, in Istria, in Dalmazia: una narrazione che circolava a Trieste, da decine d’anni.

Tutto questo in linea con l’ “amarcord”  del “Sangue dei vinti” di Pansa: operazione editoriale tesa a trasformare criminali fascisti  in martiri.

La rievocazione di questo clima creò una atmosfera malsana tale da contagiare la sinistra triestina.

Stelio Spadaro, segretario triestino del partito democratico della sinistra, sollecitò la sinistra ad ammettere le responsabilità comuniste nella tragedia delle Foibe.

Era convinto che l’ossessiva e continua polemica sull’argomento, a Trieste, aveva psicologicamente isolato la città dal contesto nazionale.

Lo “sdoganamento” del neofascismo ebbe una svolta più decisa con l’incontro, tenutosi il 14 marzo 1998, all’università di Trieste tra Fini e Luciano Violante, presidente della Camera e membro autorevole del PD .

Sia Fini che Violante concordarono sulla necessità di ricucire “una memoria superata” riconoscendo le doppie tragedie della “Risiera” e delle “Foibe”.

A loro vedere, una nazione incapace di convivere tra fascismo e comunismo doveva dotarsi di un “denominatore comune”, identitario. 

Il “Manifesto” e 75 studiosi reagirono contro questa reale “svendita” dei valori della Resistenza.

Porre sullo stesso piano coloro che avevano creato le”camere a gas” (fascisti e nazisti) e chi avevano combattuto per un mondo migliore, era inaccettabile.

La legge che nel 2004, ha istituito il “Giorno del Ricordo” nasce su queste premesse.

Dal 2004 questo strumento fu utilizzato per eliminare i valori resistenziali e svuotare della sua carica antifascista la Costituzione e orientare e permeare l’opinione pubblica italiana..

Ricordando le “foibe” si pone l’attenzione su una fantomatica “pulizia etnica” degli italiani da parte dei partigiani titini del Nord-Est durante e dopo il secondo conflitto mondiale e l’esodo di centinaia di migliaia di italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia.

Coloro che si oppongono a questa verità vengono considerati “negazionisti”, passibili di sanzioni penali.

Progressisti e comunisti sono complici dei “criminali slavi”.

 

DEPORTAZIONI FASCISTE

Nell’estate 1941, a pochi mesi dall’invasione nazifascista della Jugoslavia, nei territori occupati del Nord-est, si sviluppò un movimento resistenziale che impegnò severamente gli eserciti aggressori.

Il tentativo di riprendere  il controllo militare e politico portò alla deportazione di nuclei consistenti di popolazione civile.

Si calcola che sia stato deportato il 5% ca della popolazione slovena.

I campi di internamento nei quali vennero recluse più di 30mila persone furono quelli di Gonars e Arbe dove la mortalità è stata superiore a quella dei lager nazisti.

La risposta fu la guerriglia partigiana che, nella seconda metà del 1942, appoggiata da un vasto consenso popolare, sconfinò nel “retroterra” fiumano e nel goriziano.

Il movimento partigiano istriano si limitò a costruire consenso e a formare quadri.

Cinquemila giovani istriani provenienti dai villaggi istro-croati furono internati nel sud Italia, nell’estate 1941.

Il governo italiano per evitare qualsiasi potenziale resistenza reclutò i giovani istriani delle cittadine costiere e li disperse sulle navi della Marina Militare. (Nazionalismi ed esodi istriani)

 

RISCOSSA SLAVA

“Il Regno d’Italia stato nazionale poco esperto e poco attento ai problemi delle aree mistilingui, e per giunta, assai presto trasformatosi in un regime autoritario, quello fascista, fu animato da un feroce antislavismo” (Pupo). Il regime creò le condizioni per la nascita di un movimento popolare antifascista che si ricollegava all’austrosocialismo profondamente radicato fino alla prima guerra mondiale, nella realtà triestina ed istriana.

Il nucleo della resistenza fu costituito  da istriani espulsi immediatamente dopo la fine della prima guerra mondiale, calcolati in ca 100mila esuli.  

Ljubo Drndic descrive in “Le armi e la libertà” il suo ritorno in Istria, nel dicembre 1941 e i suoi contatti con gli ex panslavisti e i seguaci di Vladimir Gortan, l’eroe popolare istriano giustiziato con gran clamore dal governo fascista.

Drndric non manca di sottolineare come fin dagli inizi si siano inseriti nel movimento di liberazione  gli antifascisti e comunisti istro-veneti.

Le miniere di Albona, del nord-est dell’Istria, nel marzo 1921, costituirono l’epicentro del movimento della resistenza al fascismo (La repubblica anarchica e sovietica di Albona) .

Prima e dopo l’8 settembre 1943 il severo controllo e le persecuzioni accurate e quotidiane attuate da un servizio d’ispezione composto da “fascisti” provenienti dell’Iglesiente, non riuscirono ad impedire il trafugamento da parte dei minatori istriani di 200 chilogrammi di esplosivo nascosto abilmente intorno alla cintura dei minatori e sottratti dai depositi utilizzati per l’estrazione.

Gli 8mila minatori ribelli rappresentavano tutte le comunità istriane.

“In tal modo il bacino carbonifero dell’Albonese e l’organizzazione  del partito che in esso operava e stesero la loro influenza a quasi tutto il territorio istriano e numerosi contadini minatori vennero a formare i quadri  attivi del Movimento di liberazione nella campagna, avvicinando il villaggio alla città.

Il lavoro nella miniera in quell’epoca veniva considerato come servizio militare. Nel bacino carbonifero vennero a trovarsi riuniti migliaia di giovani che costituivano la più importante riserva nella guerra partigiana”.

Saranno questi elementi rivoluzionari a coordinare e a disciplinare le comunità istriane nel breve periodo in cui nel settembre-ottobre 1943 l’Istria fu liberata.

Il movimento partigiano impedì alla comunità istriana, sconvolta,  di implodere e a sostenerla mediante la raccolta di aiuti in viveri, vestiario, calzature e medicinali.

Se ad Albona i croati costituivano l’etnia prevalente, a Rovigno un comitato di liberazione in prevalenza italiano “Dirigeva le cellule nelle fabbriche  in città ed anche l’organizzazione dei contadini comunisti croati del territorio circostante e di Villa di Rovigno”.

 

8 SETTEMBRE JACQUERIE

Le vicende del 1943 costituirono l’occasione per regolare i vecchi conti ormai secolari con l’elite sciovinista istro-veneta scatenare la violenza popolare e ribaltare le gerarchie.

Le classi subalterne si sentirono cosi autorizzate ad appropriarsi  dei beni e dei privilegi dai quali erano state escluse.

Gli obiettivi furono non soltanto i gerarchi fascista, ma anche i proprietari sia istro-veneti che istro-croati organici al regime fascista.

Quando ai partigiani slavi subentreranno i nazifascisti questi soggetti saranno in prima linea nelle rappresaglie contro i villaggi slavi dell’interno istriano.

L’esplodere del furore slavo represso in oltre un ventennio nei confronti di un regime come quello fascista che aveva sconvolto  la convivenza fra le etnie del Nord-est determinò gli eventi dell’otto settembre 1943.

Gli storici italiani di centro destra contrastano la tesi della “spontaneità” dell’insurrezione  e ritengono che, alla base della violenza partigiana,  esistessero esclusivamente “elementi di organizzazione e centralizzazione della violenza”.

Questo teoria è totalmente insostenibile.

Perchè se da una parte, segnala l’inconsistenza del movimento partigiano e la sua incapacità di controllare la jacquerie, dall’altra, afferma che il caos generato dal crollo verticale fascista venne pesantemente condizionato da elementi dell’emigrazione avulsi dalla realtà istriana e, nello stesso tempo, capaci di imporre uno “stalinismo balcanico”.  

Guido Miglia, esule, scrittore e direttore del “Arena di Pola” dal 1945 al 1947 in “Dentro l’Istria” “Io penso sempre al male che ci ha arrecato quel regime (fascista) il quale ha portato tra noi il costume della violenza e della presunta superiorità razziale, della prepotenza, un costume che era lontano dalla nostra indole e che ora stiamo subendo. La rivolta fu quella di un popolo, quello istriano, vilipeso, impoverito. straziato”

Drndic,  descrive i momenti salienti della rivolta. “Dai villaggi istriani partirono migliaia di contadini intonando canti. Si misero in marcia per la strada bianca, c’erano donne, bambini, vecchi, giovani e gente di ogni età.

In testa marciavano i partigiani armati e avevano qualsiasi arma a disposizione: fucili, accette e roncole.

Quando arrivarono nei pressi della caserma dell’esercito italiano di Lanischie il popolo lanciò un formidabile e collettivo “Hurrà”, l’urlo con il quale l’armata sovietica aveva terrorizzato i nazisti. 

“La porta della caserma venne abbattuta , il popolo penetrò dentro. L’incendio si propagò a tutte le caserme del centro e del nord istriano.

Il 10 settembre, l’assalto si rivolse contro il presidio di Lupogliano che contava la presenza di oltre 500 unità tra soldati e ufficiali.

Il comandante del presidio e gli ufficiali superiori, negli anni precedenti, avevano sottoposto ad angherie la popolazione.

Sicuri di doverne rispondere, in un primo tempo, avevano respinto la proposta di resa in attesa di aiuto da parte di truppe nazi-fasciste.

Di fronte ad un attacco possente i vertici militari furono costretti ad arrendersi ai rivoltosi.

Il primo battaglione partigiano insieme alla popolazione dei paesi vicini occupò la caserma”.

Per impedire che il furore popolare potesse diventare incontrollabile  i comandanti partigiani, dotati di prestigio, convinsero i rivoltosi che la vendetta nei confronti dei vertici militari italiani si sarebbe trasformata in un risultato sterile”.

Questi interventi eviteranno stragi generalizzate.

Le forze partigiane ormai dotate delle armi sottratte a queste guarnigioni dell’esercito italiano furono in grado  di attaccare  il presidio di Pinguente difeso da mille uomini. Questa struttura cadde sotto una spinta popolare partita dai paesi dell’interno istriano.

Tutto questo non impedì,  come succede in tutte le rivolte contadine, faide paesane e regolamenti di conti.

“La folla infuriata chiedeva che il comandante della guarnigione  e gli ufficiali dichiaratamente fascisti venissero puniti con la morte.

Convocammo subito un raduno popolare e spiegammo alla gente la ragione per cui dovevamo tener fede alla parola data, perché data da partigiani era di gran lunga più importante della vita di alcuni miserabili fascisti.

Il popolo accettò le spiegazioni perché aveva fiducia nel partito e nei dirigenti del Movimento; non era facile, altrimenti accettare che rimanessero impuniti uomini che avevano meritato la massima pena, seppe comunque distinguere, in quei burrascosi momenti, i soldati italiani dai fascisti.

Dimostrò una grandissima comprensione per la tragedia del soldato semplice, italiano.

Diversi soldati chiesero di entrare a far parte delle nostre unità”.

In tale occasione fu concesso ai soldati e agli ufficiali italiani di ritornare alle proprie abitazioni.

Un gruppo consistente decise di rimanere sul territorio e guidò la repressione nazifascista.

 

MITOLOGIA DELLE FOIBE

Il nome “foiba” deriva dal torrente omonimo che scorre sotto il castello di Pisino, in una voragine profonda 120 metri.

Il nome è stato usato per indicare genericamente tutte le voragini carsiche.

Durante la seconda guerra mondiale per la difficoltà di scavare nel terreno roccioso fosse comuni sono state utilizzate in Istria, per nascondere le salme.

Le cavità minerarie di bauxite sono state adibite per lo stesso scopo.

 

LA FOIBA DI BASOVIZZA

Basovizza, sull’altipiano carsico, alle spalle di Trieste è diventato nel tempo, un luogo “simbolo” di tutte le foibe. E’ una cavità presente in un territorio reso famoso per essere stato, nell’aprile 1945, di fucilazioni di massa. 

Ritenuta un contenitore di questi eccidi le autorità alleate avviarono tentativi di recupero delle salme e si resero conto che, quanto affermato nell’estate 1945 da un giornalista italiano che aveva diffuso le “fake news” che a Basovizza erano stati infoibati 1500 italiani, era completamente falsa.

Tale convinzione si è poi consolidata nella memoria e nell’uso pubblico e viene ancora oggi spesso ripetuta senza alcun vaglio critico.

Lo storico Jose Pirievec, alla domanda su quali basi la foiba di Basovizza è stata proclamata monumento nazionale replica “Su nessuna, per quanto mi risulta. Io ho visto i documenti statunitensi e britannici su Basovizza. Appena presero il controllo di Trieste, dopo il 12 giugno 1945, gli alleati furono  sollecitati dalle forze politiche italiane ad effettuare un esplorazione della foiba.

Nei primi giorni dopo la ritirata jugoslava da Trieste, nell’estate 1945, ci furono alcune esplorazioni. Ricerche più concrete cominciarono alla fine di luglio o all’inizio agosto, e si protrassero fino alla fine di novembre.

Nella voragine furono trovati i resti di 150 persone, tutti soldati tedeschi e un civile, oltre a carogne di cavalli.

Tra la fine di aprile e l’inizio maggio 1945, infatti Basovizza fù teatro di intensi combattimenti tra tedeschi e partigiani.

A scontri finiti era necessario liberarsi il più presto possibile dei nemici  caduti e delle carogne degli animali, gettando tutto nella fossa più vicina.

Non si trattava di una foiba naturale tipica del Carso, ma del pozzo di ingresso di una miniera di carbone, mai entrata in funzione.

Statunitensi e britannici svolsero una ricerca molto approfondita,  cercando di individuare le vittime basandosi sulle uniformi. In particolare cercarono i bottoni, perchè da essi si poteva capire a quale formazione appartenessero le vittime”.

Nonostante l’impegno profuso nella ricerca perché  le autorità alleate speravano di poter sfruttare la vicenda a fini politici contro la Jugoslavia comunista non riuscirono a trovare praticamente nulla, oltre a quanto già citato.

Negli anni successivi altri sopralluoghi effettuati da speleologi triestini e dall’esercito italiano ha riconfermato quanto verificato precedentemente.

Nel 1959 il pozzo di Basovizza fu sigillato con una lastra di pietra affinché nessuno potesse procedere a ulteriori indagini, con il pretesto che un ulteriore esplorazione era troppo pericolosa per la presenza di esplosivi o simili . 

Nei primi anni sessanta il pozzo di Basovizza diventò il simbolo di tutte le “Foibe”, un luogo di pellegrinaggio, tanto che nel 1992 è stato proclamato monumento nazionale”.

Un pericoloso precedente che ha inquinato una corretta valutazione storica.

 

NUMERO DEGLI INFOIBATI

Il tribunale militare partigiano con il compito di giudicare e condannare i fascisti era stato istituito a Pisino nell’ottobre 1943.

Dopo aver proceduto alla condanna e all’esecuzione di elementi dal chiaro “curriculum criminale”, l’improvvisa avanzata delle truppe tedesche, precedute dai pesanti bombardamenti di Pisino, Rozzo, Gimino e di altre località, lo colse di sorpresa.

Gli esponenti dei comandi e dei servizi di sicurezza partigiani furono costretti a sbarazzarsi dei prigionieri in attesa di esecuzione.

I deportati furono trasferiti in fretta e furia, prima dell’arrivo dei tedeschi in vari posti della campagna istriana,

Le esecuzioni avvennero in prossimità delle foibe e delle cave di bauxite.

 

RECUPERO

In Istria, il recupero delle salme venne affidato al distaccamento del 41° Corpo dei Vigili del Fuoco di Pola che impegnò diverse squadre di soccorso dirette dal maresciallo Arnoldo Harzerich. Dell’intera operazione si occupò  ampiamente la stampa fascista dell’epoca, che promosse un ampia azione volta a mobilitare nuove forze nelle file fasciste, accreditandole come ultimo baluardo in difesa della Patria minacciata dagli slavi.

Nella relazione dei vigili del fuoco a conclusione delle varie azioni di recupero, iniziati in ottobre e terminate nel dicembre 1943 (riprese in parte nella primavera successiva) sono descritte minuziosamente tutte le esplorazioni effettuate nelle varie cave di bauxite.

Le squadre composte da centinaia di vigili estrassero nella prima fase 266 salme di cui 121 identificate (12 delle quali di soldati tedeschi).

Successivamente nella primavera del 1944 si aggiunsero 170 recuperate  a cui andrebbero aggiunti i resti scoperti ma non recuperati di almeno 250 persone uccise.

Erano state disperse nelle foibe di Vines, Terli, Castellier, Pucicchi, Surani, Cregli, Carnizza ed altre ancora situate nei territori di Albona, Pisino. Gimino e Barbana nonché nelle diverse cave di bauxite. 

Il totale delle vittime delle foibe e delle cave di bauxite ammonta ad un totale di 685. Come risulta dalla relazione di Harzerich (I.R.C.I.-Istituto ricerche storiche istriano).

Per molte di esse non è stato possibile stabilire la nazionalità. Infatti il sovrapporsi  dell’invasione nazifascista e dell’effimera presenza partigiana non esclude la presenza nelle foibe di vittime partigiane non identificate.  

Trasformare queste cifre di vittime in decine di migliaia (vedi l’articolo sull’Avvenire del 6-1-2018 )vuol dire stravolgere la verità.

 

ESPULSIONE DEI REGNICOLI

Il 26 settembre 1943, il Comitato di “liberazione” istriano decise l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia. L’occupazione italiana aveva portato, durante il ventennio precedente, alla distruzione totale delle conquiste e dei diritti acquisiti dall’etnia slava, precedente.

“L’Italia trattò barbaramente gli slavi della mia terra, non abituata ad amministrare delle minoranze etniche. L’italiano crede spesso che chi parla una lingua diversa dalla sua sia una persona inferiore e nemmeno sospetta che molte volte può invece trattarsi di gente che ha dietro di sè una lunga e importante civiltà”.(Miglia)

Sarà questa esperienza a convincere il Comitato ad espellere i regnicoli “Tutti gli italiani che dopo il 1919 immigrarono in Istria alla scopo di snazionalizzare il nostro popolo, debbono ritornare in Italia”.

Drndic capo storico dell’emigrazione istro-croata durante il ventennio distingue: “I nostri italiani (istro-veneti) erano diversi e molti di loro avevano subito dure condanne durante il periodo fascista”.

Per cui il proclama di annessione prevedeva che “La minoranza istro-veneta godrà tutti i diritti nazionali: libertà di lingua, istruzione, di informazione e sviluppo culturale”.

L’emigrazione italiana che, a partire al 1918, era pervenuta in Istria allo scopo snazionalizzare la componente slava e collaborare con il nazifascismo.

Per tre anni fino alla conclusione della Conferenza di Parigi del 1946 e durante la presenza inglese gli immigrati vivranno l’incubo, in un Istria jugoslava, di essere discriminati ed eventualmente “infoibati”. 

Nella nuova Jugoslavia la comunità nazionale italiana non sarà oggetto di una “pulizia etnica” ma dovrà rassegnarsi al ruolo di minoranza.

Negli ultimi 30 anni riemergerà socialmente e politicamente diventando una lobby sempre di più determinante.

Gli storici istro-veneti come Ezio Giuricin ritengono che, comunque, nella prima fase l’etnia istro-veneta sarebbe stata costretta ad “espiare una “colpa storica” in base ad una responsabilità più o meno collettiva che in qualche modo sarebbe dovuta ricadere su tutto il popolo italiano”.

Dalla fine del secondo conflitto mondiale  l’Unione Italiana rappresenta nelle repubbliche di Croazia e Slovenia la minoranza. Il suo “status” giuridico è garantito dalla repubblica italiana e da quelle croata e slovena ed è l’erede della preesistente Unione degli Italiani.

Il suo statuto prevede la suddivisione in 52 comunità locali.

Una minoranza che con una ricca attività editoriale ha salvaguardato l’identità culturale e linguistica della comunità istro-veneta e  un solido sistema scolastico composto da scuole materne, elementari, medie, superiori e facoltà universitarie. (Requiem per il popolo istriano)  

 

OFFENSIVA NAZIFASCISTA – OTTOBRE 1943

Il comando tedesco non disponeva inizialmente, alla metà del settembre 1943, a Trieste, Pola e Fiume di forze armate, in grado di domare la rivolta partigiana.

Soltanto alla fine di settembre, con rinforzi provenienti dalla Germania, iniziò un offensiva nazista possente e adeguata all’importanza militare e strategica del territorio istriano.

Furono utilizzate ingenti forze navali e terrestri.

Dopo un bombardamento massiccio, il 27 settembre  l’offensiva piombò sull’Istria con tutta la sua carica distruttiva.

A Pisino (Kresini) massacrarono 578 persone e annientarono il battaglione partigiano pisinese a cui si era aggregato un folto numero di marinai italiani che aveva disertato.

In questa circostanza furono fucilate 157 persone, di cui 10 feriti prelevati da un ospedale.

Il comando operativo partigiano dell’Istria impegnato nella riorganizzazione delle proprie unità militari ed ad occupare le ultime cittadine istriane rimaste sotto il controllo delle forze antifasciste locali, non aveva condotto alcun preparativo per fronteggiare l’offensiva, sottovalutando l’importanza strategica attribuita dai tedeschi alla stessa regione.

“Fascisti, carabinieri, questurini, ed ex militari dei corpi specializzati, risparmiati dal furore popolare  protetti  alimentati dai partigiani nelle tre settimane precedenti, si posero a disposizione dei nazisti, nei rastrellamenti e nelle rappresaglie”.(Giuricin)

“Volontari istriani dei risorti “fasci di combattimento” entrarono a Buie il 4 ottobre per proseguire assieme alle S.S. tedesche verso Umago, Monpaderno, Visinada, Visignano e Parenzo”.

Una corrente storica revisionista minimizza l’apporto dei collaborazionisti

“Alcuni reparti (nazisti), avevano come guide (sic !) gerarchi fascisti che erano riusciti  (come?) a fuggire in tempo dopo l’armistizio ed ora vi facevano ritorno da “eroi disarmati” per liberare e vendicare i loro conoscenti da “eroi disarmati”.(Pupo – Memorandum)

La popolazione civile e il movimento partigiano “dovettero pagare un pesantissimo tributo di vittime.

Il comando tedesco in un suo rapporto, per il periodo 25 settembre – 9 ottobre 1943 , vale a dire due settimane, riporta la cifra di 4.096 uccisi e 6.850 fatti prigionieri ed eliminati nei campi di sterminio.

Da tutto ciò risulta che l’offensiva nazifascista ha provocato molte più vittime, appartenenti ad entrambe le etnie, di quelle attribuite ai partigiani slavi.

La prima zona investita, la Ciceria, fu completamente distrutta.

Il “santuario” della mia famiglia materna sparì nel nulla.

“La memoria delle stragi nazi-fasciste rimase debole perché assimilata alle “normali violenze belliche” avvenute in quel periodo nel quadro europeo mentre quelle identificate come prodotte dalle “foibe”, costituiscono il vero “dramma” da perpetuare nel tempo.

 

COLLABORAZIONISMO

Mentre le forze germaniche irrompevano nel centro e nel nord dell’Istria il maggiore della X° flottiglia Mas, Umberto Bardelli, giungeva a Pola al seguito dei nazisti con il compito di ricostituire i “fasci di combattimento”.

La “Vedetta d’Italia” invitava tutti i cittadini di “pura fede italiana” a collaborare lealmente, in armi a fianco dell’alleato per difendere l’italianità.

La M.D.T. (Milizia Difesa Territoriale) comandata dal figlio di Nazario Sauro, Libero Sauro, protagonista fin dagli anni venti della politica di snazionalizzazione fascista si estese su tutto il territorio istriano: una rete di una settantina di presidi e di distaccamenti fascisti che procedette a massacri e a distruzioni di interi villaggi.

Il fascismo repubblichino camuffato da “irredentismo” espresse, nel suo sciovinismo antislavo e anticomunista, per diciotto mesi, la sua carica di violenza feroce.

Nel 1946 , a guerra finita, Fabio Cusin, politologo triestino noterà, con una certa amara ironia “  Trieste e Pola occupate erano le città più tranquille della Germania.

L’occupante germanico nella gestione di Pola, dimostrò una capacità politica superiore a quella italiana, del ventennio.

Un operazione confermata dalle numerose misure di carattere economico giudiziario, politico e militare.

“A Pola i tedeschi avviarono una politica del consenso, con aumenti salariali e pensionistici ai dipendenti pubblici , miglioramenti delle razioni  alimentari e perfino la diminuzione del prezzo del pane.

Verranno assegnati premi e diplomi ai lavoratori più anziani nel tentativo di risvegliare il vecchio patriottismo asburgico  e concederà, nell’aprile 1944, il posticipo di due ore del “coprifuoco”, alle ore 21 (Nazionalismi ed esodi istriani).     

Fu in grado di garantire alla comunità polesana dell’Adriatischekustenland, ormai avulsa dal contesto statuale italiano  contropartite molto importanti: la prospettiva di un reale sviluppo economico, la difesa della cultura municipalistica e delle prerogative linguistiche e culturali della “piccola patria” istriana.

Nella sistemazione post-bellica la città sarebbe stata  una cellula territoriale che avrebbe concorso, insieme ad altre “piccole patrie”, alla costituzione di un nuovo ordine europeo.

In questo modo l’intera regione fu sottratta alla sovranità italiana.

 

LIBERAZIONE ALLEATA

Nella tarda primavera del 1944, dopo lo sbarco in Normandia, l’occupazione alleata di Roma e l’Armata rossa alle porte di Varsavia convinsero le popolazioni che fino allora si erano sentite protette dal nazismo che questo aveva ormai i mesi contati.

La X° flottiglia Mas, istriana, contattò il Governo del sud perché il Nord-est, l’area giuliana venisse prontamente occupata dagli alleati.

Un intervento militare degli alleati avrebbe bloccato il movimento partigiano slavo e, quindi, le rivendicazioni jugoslave per l’annessione.

Il piano caldeggiato dallo stato maggiore britannico fu denominato “ARMPIT” ed era quello di “Distruggere o quantomeno indebolire le forze tedesche nell’Italia settentrionale e conquistare i principali porti nord adriatici per sostenere un eventuale avanzata verso l’Austria e accelerare il ritiro dei nazisti dai balcani.

Lo esigeva come azione di risposta alla rapida invasione russa nei balcani e alla pericolosa influenza che l’Unione Sovietica stava esercitando in tale area (J. Barker)”.

Alla fine questo piano di sbarco fu osteggiato dagli americani e naufragò.

La “Land force adriatic” rimase sulla carta.

La delusione della popolazione di Pola, costituita in prevalenza da “immigrati”, fu evidente.

Non sarà l’ultima.

I nazisti ritennero l’invasione comunque possibile ed imminente e, dall’autunno del 1944 alla primavera, rinforzarono un controllo già assoluto, sulla penisola istriana.

 

APRILE 1945 – DALLE MEMORIE DI UN UFFICIALE REPUBBLICHINO

All’inizio di aprile 1945 la popolazione polesana si rese conto che per la città si avvicinava la “resa dei conti”  “Erano stati affissi ai muri dei manifesti del comando della piazzaforte di Pola, coi quali si ordinava lo sgombero di tutta la popolazione maschile e femminile che non fosse occupata in lavori inerenti alla guerra”.

Chi non avesse ottemperato a tale disposizione “Sarebbe stato prelevato dall’autorità nel suo domicilio e portato in località stabilite dal comando tedesco”.

I russi erano a Berlino-est. La Germania era completamente occupata.

Fino a quel momento la struttura militare nazi-fascista era riuscita a contenere il dilagare delle forze partigiane.

Il 27 aprile il presidio militare di Pola si era ridotto a 5.400 uomini: 4 mila tedeschi e 1.400 italiani e decise la resa.

Nonostante che l’Istria  disarmata fosse a portata di mano, perché a poche decine di miglia da Venezia, gli alleati preferirono rinunciare alla conquista e agevolarono l’occupazione jugoslava.

L’O.Z.N.A. (servizio informativo dell’esercito jugoslavo) operativa in Istria a partire dall’8 agosto 1944 sarà incaricata di incriminare coloro che si erano macchiati di crimini di guerra.

Nel 1944 e ’45 si era dotata di quella documentazione che provava le responsabilità individuali per procedere ad arresti, perquisizioni.

La storica Moscarda Oblak ritiene che l’OZNA abbia proceduto indiscriminatamente nei confronti di tutti coloro che erano stati indiziati.

All’iniziale lotta contro le guarnigioni nemiche collocate nel territorio istriano il servizio informativo  s’incaricò di individuare e colpire gruppi di collaborazionisti che si erano venuti formando per ostacolare il potere partigiano e l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia.

Gli obiettivi erano numerosi. Nell’Istria centrale diventò pericolosa e diffusa l’attività di resistenza armata di centinaia di contadini, soprattutto possidenti.

Questa resistenza, era costituita dai cosiddetti “quadri verdi”: elementi che si erano sottratti all’arruolamento forzato da parte del comando militare partigiano.

Erano forniti  di fucili e mitragliatrici e godevano dell’appoggio  delle famiglie da cui provenivano.

Alla metà di aprile 1946, a Pola,  si era formato un fronte di resistenza anti-partigiana composto dagli immigrati italiani  e i componenti della X° flottiglia Mas  e della milizia repubblichina.

Alle famiglie fasciste locali si erano aggiunte quelle provenienti da altre zone istriane.

Il clero italiano, schierato contro il potere popolare in nome della difesa del “italianità” forniva a questi gruppi un appoggio “ideologico” determinante.

 

SPIA

Agli inizi del 1946 mia madre fu incriminata dall’O.Z.N.A. e sottoposta a due interrogatori.

Dopo il terzo, il 18 luglio 1946, fu arrestata e rinchiusa nelle carceri di Pisino.

Il mio patrigno, spietato critico del sistema jugoslavo, nelle sue memorie scrive “ Se le autorità avevano ritenuto opportuno ordinare la sua detenzione preventiva, era da credere che dall’indagine dall’istruttoria in corso dovevano essere emersi gravi indizi.

L’incriminazione era quella di “spionaggio”.

Il legame con un prigioniero nazi-fascista, il suo inoltrarsi in Jugoslavia, a partire dal maggio 1945, per rintracciarlo e salvarlo, costituirono le basi per una presunta colpevolezza.

A questo proposito “I suoi zii di Zagabria (dove era stata ospitata) furono convocati a Pola per deporre al processo. Dopo due mesi esatti, il 18 settembre fu liberata. “

Da tutto questo si ricava che, nonostante il periodo confuso, l’O.Z.N.A. si mosse nei confronti di mia madre  rispettando i principi giuridici fondamentali.

Del resto il mio patrigno assegnato ai servizi amministrativi e non alle squadre incaricate alla repressione arrestato agli inizi di marzo del 1945, fu risparmiato. 

L’O.Z.N.A. non colpì elementi isolati contrari all’annessione dell’Istria alla Jugoslavia, ma l’attività di gruppi neofascisti consistenti e organizzati dal governo italiano  e coordinati da ex militi della X Mas.

La violenza si manifestò non contro gli esponenti irredentisti, ma contro coloro che avevano operato in una posizione preminente, nel sistema nazifascista e che erano stati attivi almeno fino all’agosto 1946., a termine della strage “di Vergarolla”.

 

INFOIBAMENTI SIMBOLICI

Vengono indicati come “infoibati” tutti coloro che dall’autunno 1943 all’estate 1945 sono stati  soppressi dai partigiani.

In “Memorandum” Pupo precisa che queste vittime nulla hanno da fare con le “foibe”.

Precisa inoltre che “l’infoibamento” non costituiva una modalità di uccisione, ma di occultamento delle salme dovuto alla necessità di fuggire senza “fardelli” e afferma “Risultano pochi i casi in cui nell’abisso furono gettate persone ancora vive”.

 “Molti, la maggior parte dei cosidetti infoibati, trovarono la morte in prigionia e non nelle cavità carsiche”.

 

TRADITI DAL GOVERNO ITALIANO

“Questi infelici morirono nei campi di prigionia jugoslavi per gli stenti e le angherie”.(Pupo)

Chiamare “infelici” coloro che avevano scelto nell’ottobre 1943 di collaborare con il sistema neofascista e si erano resi direttamente o indirettamente responsabili di distruzioni, eccidi, massacri di una popolazione inerme, vuol dire schierarsi con “criminali di guerra”.

A salvare l’onore italiano saranno le centinaia di migliaia di soldati italiani che, rifiutando di collaborare con i nazisti, saranno internati nei “lager”.

In Montenegro 20 mila italiani sceglieranno la Resistenza e in 5 mila, andranno a formare nel dicembre 1943, la divisione Garibaldi.

Saranno decimati e soltanto un numero limitato ritornerà in Italia. 

Inoltre dalle testimonianze di questi prigionieri e in particolare di quella del mio patrigno il trattamento a loro riservato non depone a sfavore dei militari e della popolazione civile jugoslava.

Detenuti in un paese completamente distrutto (da loro), non ancora pacificato e lo sarà alla fine del 1948, non furono oggetto di alcun tentativo di “linciaggio”.

Nelle sue memorie, è costretto ad ammettere che “il nemico” superato il primo periodo durante il quale aveva manifestato contro di loro un comprensibile “odio”, non mancò di esprimere umanità e “pietas” nei confronti di prigionieri ormai sconfitti .    

Non sarà il sistema repressivo jugoslavo il responsabile della loro eliminazione.

In base alla documentazione storica postbellica il nuovo regime jugoslavo alle prese con una situazione drammatica era interessato a regolare il contenzioso relativo ai prigionieri italiani con il governo di Roma.

L’ostacolo poteva sembrare facilmente eliminabile, ma non lo fù.

Se a partire dal luglio 1945 il governo jugoslavo aveva manifestato la sua intenzione di risolverlo,  il governo italiano invece di riconoscere la sua legittimità accoglieva e proteggeva in Italia 40mila ustasia e cetnici: criminali di guerra .

Il consolato italiano a Zagabria rilasciava con estrema facilità  passaporti a tutti  ricercati politici dalla giustizia jugoslava.

L’ostruzionismo del governo italiano continuerà e quello jugoslavo, dopo essersi reso conto che era impossibile concludere qualsiasi compromesso, si decise agli inizi dell’estate 1947 a liberarsi dei prigionieri italiani superstiti.

Sarà la “ragion di stato” adottata dal governo italiano post-bellico, a sacrificare “italiani” che avevano subito, con il loro imprigionamento, una dura punizione.   

 

POLA:   UN ENCLAVE INGLESE

L’illusione di poter impedire l’annessione di Pola alla Jugoslavia  continuò durante l’occupazione inglese dall’estate 1945 al settembre 1946, nel momento in cui si erano concluse le trattative di pace.  

“A partire dall’estate 1945 i polesani separati dal resto dell’Istria, occupata dal potere popolare, si sentivano al sicuro, dei privilegiati.

Pola godeva di una posizione strategica nell’Adriatico, in parte analoga a quella di Gibilterra .

I più ottimisti dei polesani pensavano che non sarebbe stato impossibile ottenere lo stesso “status giuridico”. (Requiem per il popolo istriano)

Se la Gran Bretagna avesse continuato ad assumere nei confronti di Tito l’atteggiamento fermo mantenuto nel corso di tre secoli con la Spagna, i polesani sarebbero diventati cittadini britannici come i liguri e gli spagnoli residenti a Gibilterra.

In considerazione che sia il governo che l’opinione pubblica italiani li considerava, ormai “perduti”.

Lo dimostrava, inoltre,  il piano di smobilitazione economica con l’asportazione delle strutture e la chiusura delle attività economiche.

Alcuni esponenti autoctoni, socialisti umanitari come Miglia, suggerirono al governo ed i partiti italiani di riconoscere pieni diritti alla comunità slava istriana.

In altri termini si tentò di porre l’identità slava a livello di quella istro-veneta.

Il tentativo per indire un referendum che permettesse al popolo istriano di esprimere la sua volontà di appartenere all’Italia o scegliere la Jugoslavia, andò a vuoto.

De Gasperi, per impedire che venisse promosso un analogo referendum in Trentino Alto Adige,  contro il parere del segretario di Stato americano e quello degli “opinion leader” istro-veneti, impedì l’iniziativa referendaria.

Saranno i leader dei regnicoli, la “lobby” polesana ad organizzare l’”espatrio da Pola”.

I suoi esponenti e i loro eredi  costituiranno il “nocciolo duro” del “revanscismo”.  

 

APOLOGIA NEO-FASCISTA

Tutto questo non comporta la negazione del clima di regolamento di conti che a guerra finita si rivolse soprattutto contro gli esponenti neofascisti.

In Francia, in Norvegia e nella pianura padana i criminali e i collaborazionisti nazifascisti, a guerra finita, in un clima di violenza furono giustiziati a decine di migliaia.

Dopo oltre 70 anni il neofascismo continua a manipolare le vicende post-belliche di rivalutare i valori ed ideali fascisti.

Vengono resi mitici eroi noti criminali del periodo più buio della nostra storia.

 

ERNESTO MARI

Le amministrazioni comunali di Trieste e regionali del Friuli Venezia Giulia nel loro tentativo di corrodere i valori resistenziali, hanno stabilito di intitolare a Ernesto Mari il carcere di Trieste.

Costui era stato direttore del carcere di Trieste dal 1943 al 1945 durante l’occupazione nazista.

Durante la sua gestione, fra l’altro, il 23 aprile 1944, dopo un attentato che aveva provocato alcuni morti nazisti aveva proceduto, per rappresaglia, all’impiccagione di 51 prigionieri politici nel suo carcere.

“Cadaveri appesi alla scalinata interna. La macabra scena era visibile dalle finestre, per chiunque passasse di là”. (Cattaruzza)

Tra le centinaia di vittime torturate ed uccise nel carcere, nell’autunno 1944, risulta Vincenzo Gigante, martire della Resistenza.

 Il servilismo di Mari nei confronti del “padrone nazista” fù tale da eliminare tre suoi sottoposti, poco disposti ad eseguire i suoi ordini criminali.

Ai primi di maggio del 1945, dopo essere stato abbandonato dai nazisti, era stato catturato dai partigiani jugoslavi, giudicato e giustiziato.

Per la destra eversiva il Mari è diventato un “solerte servitore” dello stato e, con il suo sacrificio, eroe e degno di essere onorato.

 

RICCARDO GIGANTE

All’indomani dell’ 8 settembre 1943, a Fiume, la reazione anti-fascista risultò consistente.

Il generale Gastone Gambara  comandante di un presidio di 50mila soldati, dopo aver proclamato lo “stato di emergenza” si era vilmente arreso ad un semplice colonnello tedesco accompagnato da due motociclisti.

Il 12 settembre si era costituito una delle prime unità partigiane d’Italia il “Battaglione Volontari italiani Garibaldi” , 260 soldati e ufficiali a cui si era aggiunto il “Battaglione fiumano” composto da civili fiumani e il “Battaglione italo-croato Fiume-Castua”.

Dopo il 23 settembre 1943 il comando del battaglione Garibaldi aveva operato per ottenere l’adesione di ca 40 mila soldati e ufficiali italiani antinazisti, rifugiatisi a Fiume.

Per il loro rifiuto di collaborare questi sbandati saranno deportati.

Questo potenziale movimento partigiano era stato annientato per l’intervento determinante di collaborazionisti fascisti, come Riccardo Gigante, promosso a governatore del territorio.

Nato nel 1881 a Fiume, sindaco della città (novembre 1919-dicembre 1920), dopo D’Annunzio, massima autorità fiumana.; aveva aderito al partito fascista e successivamente era stato nominato dal 1930 al 1934 podestà (sindaco di Fiume).

La sua scalata al potere era proseguita con la nomina a senatore.

Questo personaggio, nonostante l’età, per il suo passato da legionario danunziano e fascista era stato ritenuto completamente affidabile ed idoneo per avviare un attività repressiva fondata su stragi e deportazioni.

“Aveva tutte le carte in regola per assumere la carica di governatore della provincia di Fiume e del Quarnero. (Cattaruzza)

Nel momento della disfatta, dopo essere stato isolato dai suoi complici,  il 1° maggio 1945, fu prelevato dall’O.Z.N.A, processato,  giustiziato e sepolto a Castua.

 

PATRIOTA E MARTIRE

La società “Studi Fiumani” ha provveduto all’operazione di recupero dei resti di Gigante e di altri sei fascisti con lui fucilati, su soffiata della parroco locale croato, dopo la sua identificazione avvenuta nel 1996, i suoi resti il 20 luglio 2018 sono stati recuperati.

Maurizio Gasparri, ai vertici del movimento berlusconiano, per impadronirsi dei contenuti ideologici e appropriarsi dell’evento si è fatto “patrono” dell’iniziativa.

“Ringrazio il generale Vecchiarelli della “Onorcaduti” e tutti i reparti delle forze armate, dei carabinieri che hanno condotto gli accertamenti sul DNA di Gigante. L’operazione ha un alto valore morale, Questo vuol dire onorare i caduti e le memorie della Patria che non possono essere cancellate”.(Gasparri)

Gasparri si è premurato di comunicare che altre iniziative analoghe sono in corso per ricordare quanti furono massacrati in un momento tragico della storia.

A queste nuove operazioni si aggiungono altri 27 sepolti nel cimitero di Cherso.

“I resti di Gigante sono stati tumulati al “Vittoriale” in un Arca, a ciò predisposta, vicino a Gabriele D’Annunzio. Gli sono stati tributati onori da eroe nazionale”.

Ci si chiede perché l’opinione pubblica antifascista non abbia reagito con mobilitazioni di massa e segnalato come sia in atto una restaurazione fascista, irreversibile.

Non si è resa conto che il “revanscismo” sicuro della sua “impunità” riafferma la sua carica criminale, elevando a simboli eroici, criminali di guerra.

Risulta evidente che nell’operazione di recupero siano stati coinvolti ustascià e belogardisti.

Il comunicato non nasconde il suo compiacimento per questa alleanza e segnala come il “Ministero croato   dei difensori” e l’Istituto “croato per la storia” hanno fornito il loro apporto nella stesura di uno studio promosso da “Studi Fiumani” e inteso ad individuare i collaborazionisti  fiumani: “ Vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni negli anni 1939-1947”.

 

MANIPOLAZIONE MEDIATICA

Il “Giornale” del 27-8-2020 intitola : “La foiba dei ragazzini:  scoperto un nuovo orrore.

L’autore è fiero di annunciare e rendere attuale una nuova pagina sulle “foibe”.

Per aggiungere orrore all’orrore, si proclama il movimento partigiano autore di massacri di adolescenti, nello scenario del Nord-est e dell’Istria.

Il lettore si rende immediatamente conto che la scoperta di queste “foibe” non riguarda Trieste o l’ Istria, ma la Slovenia interna

Le vittime sarebbero un centinaio di giovani “pre-leva” slavi arruolati dai nazisti e uccisi nel corso dell’ultimo scontro con i partigiani comunisti.

A questo punto servirebbe un intervento da parte dell’Unione Europea per verificare i sistemi e il reale lavoro compiuto da questi sedicenti “ricercatori dell’orrore” con la complicità di media spregiudicati che infangano la memoria della Resistenza.

L’Unione degli istriani, associazione sedicente del popolo istriano, ha pubblicato con ampio risalto su facebook, le foto di quest’ultimo orrore partigiano.

Si è guardata bene dal segnalare come quegli slavi nazi-fascisti  fossero stati durante il secondo conflitto mondiale gli autori dei massacri di centinaia di migliaia di  prigionieri nel campo di sterminio di Jasonevac. ritenuto dagli storici il più esecrabile, nell’Europa occupata dai nazisti.

 

ONORIFICENZE

Anche la stampa cattolica fa parte del “coro” anticomunista e, forte del suo prestigio, strumentalizza l’argomento “foibe” in modo spregiudicato.

Su “Avvenire” del 6 gennaio 2018 : “ Udine, io a 97 anni ultimo testimone oculare delle  stragi delle foibe”.

La testimonianza di Giuseppe Comand consapevole di essere l’ultimo degli uomini che videro risalire “a grappoli” i corpi degli italiani innocenti”.

Dopo un racconto rocambolesco l’anziano testimone racconta come fosse stato “ingaggiato” dai nazi-fascisti nei vigili del fuoco di Pola, guidati dal mitico maresciallo Harzerich.

Il suddetto Comand non è mai stato testimone oculare.

Da sua ammissione risulta che operava nella caserma dei pompieri di Pola, semplicemente come inserviente “addetto alle pulizie.

Nell’articolo il sedicente testimone oculare smentisce clamorosamente la documentazione relativa alle “foibe” prodotta dal maresciallo Harzerich e custodita negli archivi dell’I.R.C.I..

Lucia Bellaspiga, direttrice del “Arena di Pola” organo a cui fanno riferimento i “Comuni in esilio” di Pola, Fiume e Zara è la cronista che strumentalizza i “ricordi confusi” di un sopravvissuto per produrre un documento pseudo-storico .

 L’Avvenire il 16 gennaio 2018 riporta come a seguito di quello del 6 gennaio, vale a dire a poco più di una settimana, il presidente delle Repubblica, Mattarella ha conferito l’onorificenza di “Commendatore  al merito” della Repubblica a Giuseppe Comand.

Una decisione che il capo dello stato ha preso dopo aver letto su “Avvenire” l’intervista a Comand.

La presa di posizione di Mattarella è semplicemente “inquietante”.

Ci sentiamo di dire che: L’unica risposta è quella contenuta nell’incitamento antifascista durante la guerra civile spagnola: NO PASARAN!!

 

NORMA COSSETTO

Per arricchire il “marketing” neofascista è stata strumentalizzata la vicenda tragica di Norma Cossetto.

Tramite delibere amministrative le sono state intitolate vie, piazze ed enti culturali.

Il comitato “Una rosa per Norma Cossetto”  coordinato  da Forza Nuova ha coinvolto “120 città italiane e straniere in questo tipo di operazione.

I promotori ritengono di essere stati i primi a strumentalizzare il “mito” di Norma Cossetto.

Durante la  seconda guerra mondiale ad un reparto di Brigata nera femminile  fu dato il nome di Norma Cossetto  e fu passato in rassegna il 26 gennaio 1945  da Alessandro Pavolini, inviato nell’Adriatischekustenland, da Mussolini (Spazzali)  

Norma Cossetto scomparsa il 4 ottobre 1943, e recuperata nella foiba di Surani, nell’Istria centrale, il 10 dicembre 1943.

In un primo momento fu considerata una martire fascista sia per la sua militanza  che per la provenienza famigliare.

Il padre, Giuseppe Cossetto, rientrato in Istria nel ottobre 1943, al seguito dell’esercito nazista, fu ucciso in quei giorni.

Giuseppe Cossetto aveva partecipato alla marcia su Roma nel 1922 e per questo era stato nominato segretario politico del fascio, podestà di Visinada e commissario governativo delle  Casse Rurali: banche responsabili dell’esproprio della piccola e media proprietà contadina slava. 

“Il regime attraverso le sue banche concedeva e immediatamente, negava il credito ai contadini slavi provocando l’aumento vertiginoso delle “aste giudiziarie”.

I contadini gravati da debiti che non potevano in alcun modo far fronte erano costretti a porre al “incanto” terreni, edifici per uso agricolo e domestico, bestiame ed arredamento”. (Pupo)

Tutto questo lo aveva reso il personaggio più inviso in Istria non soltanto presso l’etnia slava,  ma anche tra gli altri concorrenti alle aste per il semplice motivo che il Cossetto era diventato il principale beneficiario di questi “espropri contadini”.

Norma Cossetto, in base alle dichiarazioni di una sua amica, Andreina Bresciani non faceva mistero del suo “nazionalismo” spinto “Posso dire che sentiva molto decisamente la sua “italianità” e diceva sempre che in Istria erano gli sloveni e i croati ad essere fuori posto  perché gli italiani abitavano quella terra con più diritti”. 

Nel suo volume sull’esodo, Flaminio Rocchi, leader assoluto dell’esodo parla, nel 1990, di Norma Cossetto come l’esempio massimo di vittima delle foibe, una vera “martire” dalla causa dell’italianità, perché “Mette in risalto la sua giovinezza e la sua appartenenza al genere femminile e tutto questo non solo sottolinea la sua vulnerabilità a fronte dell’aggressione dei partigiani, ma anche la raffigura come “apolitica” e dunque non compromessa con il fascismo, dato che era giovane e femmina. (Ballinger)

Successivamente il recente documentario sulle “foibe” prodotto da Claudio Schwarzenburg, presidente del “Comune di Fiume  in esilio” associazione irredentista, utilizza un cinegiornale italiano del 1943 che mostra il recupero di resti decomposti e conclude come la “Civiltà italiana della penisola istriana cosi  brutalmente violata dagli slavi richiama Norma Cossetto che rappresenta l’esempio massimo come vittima delle foibe, per gli italiani dell’Istria”.

Riteniamo che la “pietas” nei confronti di una giovane donna stroncata dagli eventi bellici sia d’obbligo, soprattutto perché vittima di un sistema di terrore nazifascista che travolse migliaia di giovani donne istriane inserite nelle organizzazioni giovanili partigiane e  delle quali è stata cancellata la memoria.

Va ricordato che in Istria su 30mila partigiani e 8 mila caduti, 25mila appartennero all’universo femminile.

Le sorelle, le spose e le donne dei “caduti per la libertà”, centinaia delle quali istro-venete, presero parte alla lotta  partigiana.

Numerose furono quelle rapite e usate come “giocattoli di sesso” da parte dei “patrioti” della X Mas e liberate alla fine di aprile 1945 dalle loro madri e congiunte più anziane armate di accette e forconi.

Per Forza Nuova la vicenda di Norma Cossetto ricalca il “sacrificio di tantissime donne che ancora oggi sono soggetto di violenza, discriminazione e sopraffazione”!  

 

REGGIO EMILIA

 Il senatore Enrico Aimi, coordinatore regionale di Forza Italia dell’Emilia Romagna il 30-11-2020  ha ribadito in un articolo “Il martirio di Norma Cossetto – Bloccata l’intitolazione della via a Reggio. Il consiglio comunale di Reggio ha approvato una mozione che impegna il sindaco a intitolare un luogo oppure una via a Norma Cossetto

Da decenni la sua storia, nonostante ripetuti tentativi negazionisti il sacrificio di tante donne e patrioti italiani (fascisti)che per amore dell’Itala, non si piegarono alle barbarie (slave)”.

E’ accaduto che la commissione toponomastica del comune di Reggio Emilia abbia bloccato la delibera del consiglio comunale, in attesa di formalizzare la richiesta alla presidenza della Repubblica e di ricevere da quest’ultima, risposta.

Di fronte a questa presa di posizione Aimi deplora la decisione della commissione e accusa i suoi componenti  di “prendere tempo” , con la scusa della mancanza di notizie storiche e verificate.

Ancora una volta dal comune di Reggio Emilia una posizione assurda, piena di livore ideologico”.

Nemmeno Norma Cossetto riesce a cancellare l’odio e il pregiudizio che da sempre anima questa sinistra senza pudore.

Aimi posta le foto dei tre funzionari del comune di Reggio che hanno intralciato l’operazione neofascista.

Una chiara intimidazione sulla quale bisogna riflettere.