ESODI DEL POPOLO ISTRIANO E IRREDENTISMI

Saggio Storico di Remo Calcich – di prossima pubblicazione –

PREFAZIONE

Il popolo istriano è da considerarsi tra le vittime delle guerre civili europee.

L’esasperato nazionalismo covato dalle elite  risorgimentali, il “fascismo di confine” e la violenza squadristica tesa alla cancellazione dell’identità slava furono alla base del primo esodo istriano.

Non si trattò, come minimizza la storiografia moderata italiana, di semplice migrazione dovuta a motivi economici, ma dell’espulsione di un terzo del popolo istriano, preliminare alla totale eliminazione, in Istria, della componente slava.

Gli esodi successivi degli istro-veneti, dovuti all’aggressione fascista nei balcani completarono la dispersione delle popolazioni istriane: il risultato di un disagio profondo e di insopprimibile dovuto alla perdita definitiva del loro ruolo di classe dirigente e, di conseguenza, di identità.

Questa opera analizza  le cause  e le responsabilità di coloro che determinarono il collasso della società multietnica.

La strumentalizzazione delle “Giornata del Ricordo” da parte del centro destra spiega come il frutto più velenoso del Risorgimento e dell’Unità d’Italia: l’irredentismo e il nazionalismo, continuano ad esercitare la loro influenza sull’immaginario italiano odierno.

 

ESODO DA POLA

L’esodo polesano compiuto nel febbraio 1947 sotto gli occhi dell’opinione pubblica italiana ed internazionale ha rappresentato uno shock collettivo “ Una città di pietra che parte per mare”.

Pola è stata considerata dalla “vulgata” irredentista città italiana dalla “notte dei tempi” e simbolo della “pulizia etnica” effettuato dai comunisti slavi; un fulgido esempio di “italianità irredenta”.

Una distorsione storica evidente.

Pola diventò città a partire dal 1815, dopo il congresso di Vienna.

Sarà il governo austriaco che, per esigenze strategiche, costruirà sulle rovine di un borgo insignificante di poche centinaia di persone, malarico, una città razionale e piacevole su delle linee urbanistiche all’avanguardia e in simbiosi con un arsenale e delle strutture militari tra le più possenti del mediterraneo.

Definire Pola città italiana soltanto per la presenza dell’Arena romana è ingenuo.

La città nasce urbanisticamente, etnicamente e culturalmente come un inedita comunità mitteleuropea.

E’ il risultato armonioso di una visione sovranazionale che potrebbe costituire  la base per una convivenza europea moderna.

Citando Livio Dorigo, polesano, presidente di “Circolo d’Istria” riferimento culturale delle associazioni degli esuli: “ I futuri polesani vi giunsero a popolarla da tutte le parti dell’impero, Bosnia compresa. Il dialetto veneto portatovi dalla marina austriaca che lo aveva adottato come sua lingua e che in seguito divenne la nostra lingua d’uso”.

L’Austria  trasformò il piccolo arcipelago delle Brioni, adiacente alla città di Pola ,da isolotti desolati in un paradiso subtropicale, di pregio internazionale.

L’Italia, nella sua versione fascista, dopo aver acquisito la città “irredenta” alla fine della prima guerra mondiale, la renderà marginale a parassitaria.

Nel suo delirante nazionalismo espellerà la componente mitteleuropea.

L’imposizione di una monocultura la impoverirà.

L’”italianizzazione” con l’inserimento di scuole militari: finanza e marina  sarà in realtà “colonizzazione militare”.

Qualsiasi tentativo di sviluppo economico reale, durante il ventennio, andrà “a vuoto” Tutto questo in un clima di intimidazione fascista da attribuire allo squadrismo locale e di importazione.

L’ aristocrazia operaia socialista che si era formata nell’arsenale durante la presenza austriaca verrà intimidita ed emarginata.

Gli alleati sottoporranno la città, durante il secondo conflitto mondiale, a devastanti bombardamenti.

La popolazione civile sarà, risparmiata in parte da un efficiente sistema di rifugi in grado di ospitare durante le incursioni aerei migliaia di cittadini.

Nel biennio 1943-1945  Pola recupererà la sua funzione di piazzaforte militare germanica e sede di consistenti brigate fasciste paramilitari e della decima mas presenti  su tutto il territorio istriano e impiegati nella repressione partigiana e antislava.

L’autore proveniente da una famiglia mitteleuropea molto composita, ferito gravemente  durante un bombardamento alleato ,si salverà perché protetto dalla famiglia materna pastorale e contadina, slava.

La città, nel maggio 1945, subirà per oltre  40 giorni il “regime popolare”: espressione di un “comunismo di guerra” deciso a regolare i conti con coloro che riteneva compromessi con l’amministrazione nazi-fascista.

Ai comunisti jugoslavi subentrò l’amministrazione inglese.

Pola fu ridotta ad un squallido dominio coloniale gestito da parte di un Inghilterra nella sua fase di decadenza.

La città si illuse di poter far parte del Commonwealth come Gibilterra e Malta.

Pola era, in realtà, un campo di concentramento di pochi chilometri quadrati completamente isolata dal resto dell’Istria e straziata dalla prostituzione e dalla borsa nera.

All’inizio nell’estate del 1946 la sorte della città  fu definita dalla Conferenza di Parigi.

Sarà ceduta ad una Jugoslavia ancora in preda ad una guerra civile che si concluderà alla fine del 1948.

Se gli “autoctoni” esprimevano una generalizzata propensione all’annessione alla Jugoslavia, il gruppo dei “regnicoli”, italiani provenienti da altre regioni, aveva costituito un entità “compatta”, isolata e protetta dalla decima mas e dai repubblichini.

Inoltre fin dall’ottobre 1943 il movimento partigiano aveva espresso l’intenzione di espellere dall’Istria l’elemento italiano proveniente dall’Italia, dopo il 1919.

Per costoro il problema di rimanere o partire non si poneva, sarebbero rientrati in Italia.

La strage di Vergarolla  la perdita di identità e di dignità dovuta al dominio inglese, la decisione del governo italiano di chiudere tutte le rimanenti attività economiche, di licenziare le maestranze e asportare  i macchinari precipitò gli autoctoni nella più completa disperazione.

La decisione di partire da parte dei regnicoli provocò su di loro un effetto domino.

La sindrome dell’esodo contagiò gli autoctoni non impegnati politicamente nella ricostruzione della città, e li privò , per questo,  di qualsiasi punto di riferimento.

Il polesano in possesso di una cultura mitteleuropea diffidò da un mondo, quello proveniente dei balcani: un area retrocessa con il secondo conflitto mondiale ai livelli minimi di convivenza.

 

OPZIONE

Dopo la “fiammata” dell’esodo da Pola il flusso di partenze  dall’Istria si protrasse inesorabile e inarrestabile fino agli inizi degli anni sessanta.

Non fu il risultato di una “pulizia etnica” jugoslava, premeditata.

Sarà l’applicazione dell’art. 19 del Trattato di Parigi del 1946 , la cosìdetta “opzione”: la scelta di mantenere la cittadinanza italiana a provocare effetti psicologici devastanti, collettivi ed individuali.

Questa formula era già stata adottata con il trattato di Rapallo, immediatamente dopo la prima guerra mondiale nel 1920 a favore della minoranza italiana dalmata presente nel regno dei serbi , croati e sloveni.

Il “diritto all’opzione” sarà gestito, in Istria, da comitati locali, emanazione del “potere popolare”, in un clima di sopraffazione, di violenza.

Questo atteggiamento prolungato , demenziale, autolesivo, sarà deplorato, a partire dalla fine degli anni quaranta, dalle stesse autorità croate e jugoslave.

Sarà lo stillicidio di partenze e fughe  degli “optanti” a privare il sistema economico istriano di tecnici e dirigenti partigiani.

Fu inevitabile il contrasto tra i poteri locali e centrali jugoslavi.

Il governo italiano nonostante fosse stato sollecitato e informato dalle autorità consolari italiane in Jugoslavia  risultò inerte e non utilizzò fino alla fine degli anni cinquanta il suo potere per costringere le autorità jugoslave a svuotare l’articolo 19 di quella “carica di rappresaglia”  nei confronti di coloro che richiedevano la cittadinanza italiana.

Soltanto agli inizi degli anni sessanta, a seguito delle intese diplomatiche tra i due paesi il diritto all’opzione fu salvaguardato.

 

LA QUESTIONE ADRIATICA

Il dramma istriano e, in genere, la “questione adriatica” affondano le loro radici nel Rinascimento e nel Risorgimento.

 

RINASCIMENTO

Il Rinascimento fu un movimento che a partire dal XII° secolo fu in grado di coinvolgere l’Europa e il mare mediterraneo, in termini culturali e linguistici.

Le città-stato italiane e le repubbliche marinare come Amalfi, Pisa, Genova, Venezia e le città adriatiche come Ancona e quelle pugliesi saranno protagoniste di questa diffusione.

Le dinamiche elite mercantili e artigianali, inserite a pieno titolo in questi territori, sono state in grado di diffondere, la cultura italiana.

Dalla Crimea alla Tunisia , da Malta alla costa adriatica balcanica, all’impero ottomano : Bisanzio, Salonicco, Smirne alla Corsica, alla Provenza, il “way of life” italiano si diffonderà..

Perfino la Repubblica di Ragusa (Dubrovnik) ponte tra la penisola italiana e l’area balcanica può essere considerata sotto l’aspetto culturale e linguistico la quinta repubblica marinara italiana.

RISORGIMENTO

Fino dal 1861 la lingua italiana era diffusa in tutto il bacino mediterraneo.

Lo stato unitario invece di consolidare la pacifica dominazione linguistica nel mediterraneo ne segnò la decadenza.

In “ Storia d’Italia” Sergio Romano “L’italiano da lingua veicolare si restrinse come pelle di zigrino all’interno dei confini nazionali .

Nel secolo delle nazionalità la lingua diventò potenzialmente una bandiera e il territorio su cui essa sventolava un membro staccato dalla patria ideale, una provincia da redimere”.

L’aggressivo irredentismo antislavo prolungamento di quello risorgimentale anti-austriaco nato alla vigilia della terza guerra di indipendenza si irrobustì durante il periodo dell’”italietta” di Giolitti.

Luigi Barzini senior, il più prestigioso giornalista italiano  alla viglia della prima guerra mondiale, nel 1913 interpretando il delirio irredentista risorgimentale porrà al centro della politica governativa italiana la conquista delle “terre irredente”.

L’Arena di Pola organo dell’associazioni degli esuli a dimostrazione della vitalità di questo revanscismo lo segnala nel numero di marzo 2018.

Tutto questo in attesa della riesumazione della “Impresa di Fiume” di D’Annunzio, del 1919, ispiratrice dell’espansionismo sabaudo-fascista  premessa per la sconfitta della seconda guerra mondiale e la devastazione della penisola italiana.

 

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