Parenzo

La cittadina costiera è da ritenersi, per la storia istriana, esemplare. Nasce come municipio romano con una struttura urbanistica che richiama il castrum e protetta da un isolotto: San Nicolò che ha il merito di chiudere il borgo da sud-ovest.. Durante il periodo romano crebbe velocemente. Plinio il Vecchio , nel primo secolo D.C. ritiene la città tra le più importanti dell’impero. Sull’iniziale impronta romana si sovrappose quella bizantina. Accanto alla “decumana”, spina dorsale di Parenzo fu eretta la basilica Eufrasiana: sintesi perfetta tra l’arte classica e quella bizantina. Il vescovo Eufrasio per consolidare il suo ruolo politico ed economico, in opposizione a quello papale, abbattè una chiesa precedente per costruire una basilica che viene considerata tra i gioielli più importanti dell’architettura religiosa mediterranea. Un meritato sito UNESCO. Il fascino le deriva sia dalla presenza del pavimento con mosaici accessibili e ben conservati che, da quelli parietali del catino absidale. I critici d’arte li ritengono tra le espressioni più tangibili della creatività di Bizanzio. Le tre navate sono divise da colonne eleganti e da capitelli intarsiati in stili diversi. I successori del vescovo Eufrasio continuarono ad esercitare il loro potere sull’intero contado e in particolare nei confronti di Orsera scelta da loro come residenza estiva fino alla fine del 1700. Per evitare equivoci il papa Alessandro III stabilì che il vescovo di Parenzo era contemporaneamente “Episcopus parentinus et dominus ursarie”. Ad Orsera costruirono un castello, una principesca sede. La “pietra bianca” di Orsera fu utilizzata dalla Serenissima per edificare palazzi prestigiosi e statue e calamitò uomini di cultura , artisti rinascimentali ed avventurieri. La salubrità del territorio la mise al riparo dalle pestilenze. Il vescovo principe parenzano, al momento della sua elezione, stabiliva un “protocollo” con i suoi parrocchiani in cui imponeva il periodo della sua permanenza estiva ad Orsera. Si è potuto riscontrare che tale periodo veniva enormemente dilatato tale da rendere il castello residenza stabile. Lo richiedevano i suoi poteri religiosi come la convocazione di sinodi ecclesiastici e lo sfruttamento economico di un contado particolarmente fertile: dalle noci giganti che l’industria alimentare italiana utilizzerà nel ventennio al vino e alla produzione di un olio delicato. Orsera era dotata di boschi ricchi di selvaggina e da una quantità incredibile di pesce pregiato dovuto alla conformazione del fondo marino. La salina, tra le più produttive della penisola istriana, completava la ricchezza. Il castello denominato castrum fortificato con mura di protezione e torrioni possedeva magnifici saloni ricche biblioteche, cucine, stalle e magazzini. Era, inoltre, la sede dei provveditori veneziani. Col tempo divenne per i traffici illeciti e l’asilo concesso ai nemici della Repubblica una “Tangeri adriatica”. Il dominio napoleonico cancellò qualsiasi privilegio ecclesiastico e il castello diventò proprietà dei nobili locali, i Vergottini. Si estese fuori dalla mura fino ad includere, nella baia sottostante un molo di sbarco utilizzato dalla famiglia e dagli ospiti di rango.

L’ISOLA DI SAN NICOLO’

La ricchezza dell’isolotto comunque derivò dallo sfruttamento, da parte dei benedettini, dell’aureola mistica di San Nicola, protettore dei marinai che ricompensavano le grazie ricevute con consistenti donazioni a favore del monastero. Risorse finanziarie che permise loro di acquisire consistenti e fruttuose proprietà oltre il fiume Quieto ,a nord, a Dalja. Queste operazioni suscitarono per secoli controversie ed intrighi. I religiosi che gestirono tali proprietà, dopo la seconda guerra mondiale furono espulsi dal regime comunista. Rientrati in possesso, nel 1990, del patrimonio perduto si fecero coinvolgere in scandalose e torbide speculazioni immobiliari tali da coinvolgere il Vaticano, la chiesa croata e i monaci della casa madre di San Nicolò del Lido di Venezia. Nel tardo medioevo i benedettini rivaleggiarono con i francescani detentori delle proprietà immobiliari cittadine e ritenuti più facoltosi. A partire dal terremoto devastante del 1430 e alla peste successiva del 1630 la popolazione si ridusse da tremila alle cento unità. Parenzo fu trasformata in un deserto e l’isola rimase disabitata. Il ripopolamento passò attraverso il trasferimento delle popolazioni slave del sud in Istria. San Nicolò diventò la “Ellis Island” istriana. Fu acquisita dalla famiglia Coletti, e successivamente dai conti Polesini di Montona che per sottrarsi all’afa cittadina vi costruirono una villa in stile toscano, denominata “Isabella” e circondata dai pini di Aleppo. Dopo la seconda guerra mondiale l’isola fu nazionalizzata e alla metà degli anni ottanta diventò sede di un albergo denominato “Isabella”.

IL PORTO

Durante il periodo veneziano la cittadina fu un punto di sosta delle navi della Serenissima nei loro spostamenti da e per il Levante. La sua vocazione era commerciale. Nel 1774, Pierre Lescalopier nel suo “da Venezia a Costantinopoli” la definisce “fornita di commercio fiorente”. Il medico di Muggia, Prospero Petronio, cronista attento della realtà istriana, alla vigilia della rivoluzione francese, parla di Parenzo come di un porto eccezionale e protetto. Per secoli fu costante l’impegno veneziano ad ampliare il porto ritenuto strategico sia da un punto di vista commerciale che militare.

L’AUSTRIA

Dai documenti del 1807 risulta che la cittadina godeva di un intensa attività artigianale: orefici, negozi della seta, venditori di legname, armaioli e armatori importanti; senza tralasciare di essere sede di una vita brillante per la presenza di venticinque famiglie nobili “entro le mura”. Nel 1865, nell’ambito della ristrutturazione amministrativa di tutto l’impero austro-ungarico, Parenzo diventò capoluogo istriano. La sua centralità la rese nel 1966, sede della Dieta provinciale istriana e cassa di risonanza della contraposizione etnica, eletta su base censuaria e, quindi, dominata nettamente dall’etnia istro-veneta. Per esprimere questa sua caratteristica rifiutò di eleggere i deputati provinciali da inviare al Consiglio dell’Impero (Reichrat) a Vienna. Fu l’espressione di una volontà radicale ed irredentista. Le istanze croate furono sostenute da un clero lealista nei confronti dell’Austria. Tale movimento si rese sempre più determinato a rivendicare il suo peso politico ed economico. Il deputato Matko Laginja nel 1897, osò pronunciare alla Dieta il suo discorso in croato suscitando naturalmente sdegno tra i suoi colleghi istro-veneti. In pochi anni prima della “Grande Guerra” l’elemento slavo s’impose in molte amministrazioni istriane. Si era indebolito quel fenomeno storico di assimilazione che Venezia aveva avviato nei secoli. La borghesia mercantile e cosmopolita triestina era subentrata nel dicianovesimo secolo ed aveva, in parte, sostituito la Serenissima nel suo ruolo di “italianizzazione delle popolazioni slave . Riconversione economica. Il traffico del porto parentino, nella seconda meta del 1800 fu monopolizzato dall’export vinicolo. L’Istria e il parentino, un territorio di ca 300 kmq. erano apprezzati fin dai tempi remoti per l’eccellenza agricola e, in particolare, per l’olio e il vino. Marco Valerio Marziale, spagnolo , cantore della sua città Cordova declamava “ Cordova sei perfetta come l’olio dell’Istria”. Le “villae rusticae” romane erano in realtà, oleifici all’avanguardia di una produzione specializzata tra le più apprezzate, per secoli, nel mediterraneo. Plinio il Vecchio lo ribadi. Cassiodoro in pieno caos economico determinato dalle invasioni barbariche si esalterà di fronte alla qualità della frutta istriana. Il “Placito di Risano” evento storico epocale redatto in latino, tedesco e croato “gladolitico” documenta come anche l’etnia slava , una volta stanziata, fosse stata coinvolta nella produzione agricola di qualità. Il pagamento dei suoi tributi avveniva tramite il conferimento di olio e vino. La Malvasia , il Terrano e il Refosco sono il risultato della varietà del clima e della composizione dei terreni istriani. Cosi la Malvasia dal color giallo paglierino di buon grado alcolico e leggermente aromatico che l’avvicina a quella greca fa sì che si distingua nell’olfatto e nell’equilibrio a seconda del terreno in cui viene coltivata. Per cui assume un sapore e un profumo diversi a seconda che cresca vicino al mare, nella terra rossa o nell’entroterra istriano sulla “marna”. Il Refosco denota una densità di colore strutturato con un retrogusto di pera e marasca. Sono stato allevato nei primi mesi di vita a latte materno e Teran dal color rosso rubino e dal sentore di frutta esotica. Mia madre, da puerpera, come usava nelle famiglie istriane univa alla sua dieta la “suppa” la cui ricetta base era composta da pane abbrustolito sulla brace immerso in una “bucaleta” orcio di argilla colmo di vino Teran riscaldato con pepe e olio di oliva. Il 75% della popolazione istriana era impiegata in agricoltura. La viticoltura rappresentava il 27% del pil istriano e nel parentino il 43%.Nella seconda parte del 1800 questa vocazione agricola venne sostenuta da un piano imperiale austriaco di riforme. L’impegno di ammodernamento del settore fu sostenuto, non soltanto dal governo di Vienna ma anche dall’intera società parentina.

LA SCUOLA AGRICOLA

Il conte Cadomini, l’elemento più autorevole della comunità istro-veneta , nel suo discorso inaugurale di apertura della dietà, il 6 aprile 1861, lo affermò a chiare lettere. Gli ostacoli iniziali all’avviamento dell’iniziativa furono determinati dalle proposte etniche divergenti. Non ci si rese conto che lo scontro avrebbe impedito qualsiasi avvio. Nel 1864 la comunità slava, per evitare che l’istituto superiore agricolo fosse esclusivamente aperto agli elementi istro-veneti , richiamò l’attenzione sulla necessità di creare scuole elementari di lingua croata e slovena, propedeutiche. Nel 1871 il deputato Marotti , a fronte della resistenza del gruppo etnico istro-veneto, richiamerà la classe dirigente istro-veneta su un dato di fatto : la presenza maggioritaria, in Istria, delle comunità slave. Il deputato convinse i suoi colleghi che la richiesta di parità slava, era sensata. Il 5 settembre 1874 a tredici anni dalla sua prima formulazione, si istituì la “Stazione sperimentale per l’enologia e la frutticoltura”. Tale istituto in piena attività fu in grado di produrre centinaia di migliaia di “barbatelle” e decine di migliaia di impianti per alberi da frutta. Utilizzando venticinque varietà di uve permise alla ricerca dell’istituto di ottenere un offerta di vini articolata e ricca. Il centro che si sdoppierà anche nell’area di Pisino non si limiterà alla ricerca ma, si doterà di una cantina capace di produrre centinaia di ettolitri di vino. Il centro agricolo ebbe il merito di debellare in Istria la “filossera” peste della vite. Il direttore professor Carlo Hugues , rinomato scienziato europeo riconosciuto un autorità sia nella ricerca che nell’organizzazione di stazioni agrarie prestigiose come quelle statunitensi. Dotò la scuola di un convitto in grado di ospitare gli allievi provenienti dalla campagna istriana. La disponibilità al dialogo fece sì che l’elemento slavo accettasse che l’insegnamento fosse impartito in italiano. Durante il ventennio fascista l’Istituto fu ridimensionato. Nel dopoguerra la sua attività non rimase centralizzata ma , si proiettò nell’intera penisola istriana organizzando corsi di aggiornamento permanenti nelle piccole borgate.

IL TURISMO

La cittadina , sulle orme di Abbazia , Portorose ed Arbe località in cui era iniziato, alla fine del ‘800, un turismo di lusso promosso dalla finanza austro-ungarica , iniziò il suo sviluppo turistico. Dapprima timido. Alla base fu il suo ruolo di capoluogo istriano. La società per azioni austriaca “Riviera” decise di costruire, dopo l’esperienza positiva polesana , a Parenzo un grande albergo moderno. Il progetto inizialmente incontrò il boicotaggio da parte dei commercianti e dei gestori di piccole pensioni. A F. Klein presidente della società venne negato l’acquisto del terreno necessario per la sua costruzione. L’austriaco aggirò l’ostacolo. Si rivolse al Lloyd triestino, comprò un pezzo di mare adiacente alla riva e lo prosciugò. Edificò un terrapieno di difesa e costruì un magnifico albergo di settanta camere ed appartamenti, bagni, ufficio postale ed autorimessa. La pubblicità lo definì un “Stabilimento balneare marino e sanatorio delle vie aeree di respirazione”. Tutto questo in linea con le strutture turistiche dell’epoca considerate centri di recupero sanitario. Dopo la seconda guerra mondiale Parenzo si svuotò completamente. Con l’Esodo partì la classe imprenditoriale e il ceto medio. Rimasero poche famiglie disorientate e terrorizzate dall’egemonia slava. I contadini del contado occuparono il centro storico, si inurbarono e ricostruirono non soltanto l’hotel Riviera ma le basi di un turismo avanzato e moderno. Resero Parenzo uno dei centri turistici più richiesti. Furono coadiuvati in questa operazione da giovani elementi, dinamici e determinati emigrati dall’isola di Brazza (Neresisce) con l’intento di croatizzare Parenzo . La chiave di questo successo fu un socialismo autogestito che permise una pianificazione razionale. Intuirono completamente le potenzialità del turismo di massa proveniente dall’Europa centrale. Costruirono delle strutture competitive. Furono create in pochi anni due holding turistiche in grado di coinvolgere l’intera comunità parentina, fra l’altro, in concorrenza fra loro: Riviera e Plava Laguna. Due compagnie alberghiere che si dotarono di migliaia di posti letto. E non solo. Valorizzarono territori adiacenti alla cittadina fino allora semipaludose e, nel passato, fonti di febbri perniciose. Le bonificarono. I villaggi turistici composti da alberghi, bungalow, campeggi impianti sportivi , centri commerciali e “ night-club” furono talmente razionali e innovativi da costituire un riferimento fondamentale per un turismo internazionale moderno e di massa. Anticiparono gli standard ecologici e la cittadina istriana ottenne ampi riconoscimenti da parte di organismi internazionali preposti alle valutazioni ambientali. Nonostante la disintegrazione della Jugoslavia e il mutato sistema economico sociale i complessi turistici hanno retto. Parenzo, una cittadina che, nella sua lunga storia è sempre risorta, fa parte del mio vissuto come pochi luoghi della mia vita. Una somma di ricordi angosciosi e felici. Ricordo la notte fredda e nevosa della fine di febbraio del 1947 quando con mia madre e mia sorella riposai ,per poche ore nell’hotel Riviera semidistrutto e ridotto a rifugio di sbandati. La sosta fu breve perchè in piena notte ci imbarcammo su un barcone che ci avrebbe condotto, dopo mezza giornata di navigazione, a Pola per partire per l’Italia, con il “Toscana”. Infine dopo venticinque anni dalla mia partenza tragica per l’Italia , nel luglio 1972, incontrai sul lungomare parentino, l’”Obala Marsala Tita”, la mia compagna di vita: una giovane olandese operatrice turistica.

Remo Calcich

Category: Istria, Parenzo

Tag:

- 6 Luglio 2015