IL P.C.I. E LA QUESTIONE GIULIANA

La storiografia se, da una parte, ha cercato di cogliere le contraddizioni del P.C.I. nella questione giuliana, non ha messo a fuoco il comportamento negativo degli altri protagonisti : la R.S.I.,  un governo italiano inetto e, nello stesso tempo, cospiratore ed infine  gli anglo americani che ritenevano, cinicamente, l’Italia una semplice pedina da utilizzare. Se gli storici della destra e dell’estrema destra hanno giudicato il P.C.I. colluso con la Jugoslavia di Tito, i moderati, in sostanza, non si sono discostati da un giudizio complessivamente negativo nella valutazione della politica di Togliatti. Arrigo Petacco autore di “Esodo”  afferma categoricamente che “Dal settembre 1943 per tutta la durata della guerra (il P.C.I.) mantenne una linea rinunciataria manifestandosi sempre possibilista rispetto alle pretese titine “ e, in ogni caso, responsabile di “un atteggiamento  contrassegnato da incertezze e perplessità”. Gianni Oliva in “Profughi”  giudica l’atteggiamento di Togliatti e del P.C.I.segnato da contraddizioni ed ambiguità  . “Il P.C.I.  guarda a Trieste come ad uno strumento della lotta politica e non come ad un territorio abitato da una comunità complessa nelle sue dinamiche ed analoga a quella “manipolatrice” della diplomazia internazionale”. Raoul Pupo ,  ritenuto un’autorità nel valutare la complessità storica del territorio giuliano, nel “Lungo Esodo”, non si sottrae alle  valutazioni degli storici precedenti e manifesta, nella sua opera, imperdonabili vuoti e conclusioni sorprendenti . Pupo è comunque costretto ad ammettere che Togliatti e il P.C.I. erano ideologicamente opposti a Tito e al movimento partigiano jugoslavo.  “ Possiamo oggi rilevare come all’interno del partito comunista italiano e di quello jugoslavo fossero operanti due diverse concezioni dell’internazionalismo” . Per il comunismo internazionalista italiano il principale obbiettivo era quello di costruire una società più giusta, “senza padroni” . I comunisti croati e sloveni consideravano il loro disegno rivoluzionario coincidente con quello della liberazione ed espansione nazionale.   E questo perché “le concezioni non erano certo elaborate nel mondo delle idee, bensì nel vissuto concreto delle esperienze dei due movimenti”.

NASCITA DEL P.C.I.

Nel 1921 alcuni dirigenti socialisti italiani sotto la spinta della rivoluzione bolscevica russa e, in opposizione alle violenze squadriste fasciste, si separarono dal partito socialista italiano ritenuto inadeguato per la “lotta di classe”. Si denominarono “comunisti” ed aderirono  all’appello di Gramsci per la costituzione di un partito  che fosse in grado di difendere con più efficacia la classe operaia. Il P.C.I.  travolto insieme all’intera classe politica giolittiana fu posto fuori legge dal regime fascista. I suoi aderenti furono imprigionati , posti al “confino” e costretti all’espatrio. La resistenza interna antifascista divenne, in Italia, alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, insignificante. Lo stesso partito comunista italiano potè contare sul terreno su una rete di poche centinaia di rivoluzionari politicamente preparati. A questi si aggiungevano tremila deportati al confino o detenuti nelle carceri giudiziarie. All’estero operavano due o tremila “fuoriusciti” riparati in Francia, in Spagna o in Unione Sovietica. Le carceri e il confino diventeranno per le nuove leve comuniste una scuola insostituibile. L’esperienza dei vecchi militanti diventò la base per preparare e amalgamare i dirigenti comunisti del dopoguerra.

L’INTERNAZIONALISMO COMUNISTA

Il movimento marxista, prima e, successivamente, il partito comunista manifestarono un impronta sovranazionale. In questo clima di visione internazionalista va considerato  Altiero Spinelli, confinato a Ventotene ed autore del “Manifesto di Ventotene”. Nel 1941 quando l’Europa era completamente sommersa dall’occupazione nazi-fascista, un internazionalista comunista, come Spinelli, si porrà a capo di un movimento in grado di creare “un’ Europa libera ed unita”.

INTERNAZIONALISMO E IL MANIFESTO DI VENTOTENE

Gli storici di area moderata considerano l’internazionalismo del P.C.I. non soltanto utopistico, ma anche la causa dei rapporti squilibrati con il comunismo slavo. Gianni Oliva in “Profughi” nel capitolo “Trieste e l’internazionalismo comunista” colloca il P.C.I. in  contraddizione tra il suo agire nell’ambito nazionale e il pretendere di essere internazionalista . Sarà, questa predisposizione sovranazionale  a favorire “Il passaggio del territorio giuliano alla sovranità di Belgrado”. Di fronte a queste conclusioni rimane il dubbio se siano il risultato di ricerche storiche estremamente superficiali o che siano il risultato di tentativi di strumentalizzare la storia. L’internazionalismo è l’eredità più evidente e positiva che l’ideologia marxista abbia consegnato all’Europa odierna; ad un Europa che, per sopravvivere, deve essere “unita e federalista”. In presenza della Brexit e di un preoccupante sgretolamento della costruzione europea abbiamo assistito recentemente ad un tentativo demagogico dei vertici europei, di porre riparo. Ad agosto 2016, l’ “establishment” europeo ha esibito con un “summit” ristretto a Francia,Italia, Germania, un unità europea inconsistente , perché priva di un reale progetto. I tre leader hanno usurpato la memoria di Altiero Spinelli e del “Manifesto di Ventotene”. Non solo. I media e i politologi più accreditati della stampa nazionale hanno sorvolato sulle radici internazionaliste  e negato la militanza comunista di Altiero Spinelli.

ALTIERO SPINELLI

Si iscrisse al P.C.I. a 17 anni , nel 1924 entrò in clandestinità e venne arrestato dalla polizia fascista, nel 1927. In prigionia approfondì gli studi filosofici e, in particolare, l’ideologia marxista , la storia e l’economia. Nel 1937 , pur rimanendo comunista, si dissociò dallo stalinismo. Fu definito “troschista” ed espulso dal P.C.I. Nel 1941 scrisse il “Manifesto per un Europa libera e unità”, meglio conosciuto come il “Manifesto di Ventotene”. Spinelli, in questo caso, dimostrò non soltanto capacità ideologiche ma , anche organizzative, perché a partire 1944, fu in grado ci coordinare, a Ginevra, incontri con rappresentanti di otto paesi europei e preparare e far approvare un progetto federativo , operativo. Ad un mese dalla fine del conflitto mondiale 1945 fu l’animatore della prima conferenza federalista europea. Nel 1976 fu eletto deputato alla Camera, come indipendente, nelle liste del P.C.I. Successivamente a partire dal 1984 divenne deputato del P.C.I. al Parlamento Europeo. Nel 1984,  fu l’ispiratore di quel progetto costituzionale per gli “Stati Uniti d’Europa” che rappresenta il primo tentativo di una profonda revisione dei trattati istitutivi della C.E.E.. Riforma che gli stati nazionali hanno sempre intralciato. portando l’Europa a questa crisi irreversibile.

 

MANIFESTO DI VENTOTENE

Lo storico “Manifesto” del 1941 continua ad essere attuale perché costituisce la linea guida della “Carta dei Diritti Fondamentali” dell’Unione Europea. Prevede la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali e il passaggio ad un’ entità federale. L’appello ad un Europa libera ed unita parte negli anni quaranta, dalla valutazione della “disintegrazione” degli stati nazionali, dovuta alla catastrofe del conflitto. Tale situazione sarebbe stata favorevole all’emergere di “uomini seriamente internazionalisti” in grado di andare oltre ai vecchi organismi statali, come era stato il passaggio storico dei liberi comuni e delle signorie agli stati nazionali. Il “Manifesto” individua la problematica europea che avvelena la sopravvivenza del continente: i tracciati dei confini a popolazione mista, la difesa delle minoranze allogene , la questione balcanica ecc. e ritiene che  la federazione europea sarebbe stata la più semplice delle soluzioni“. La rivoluzione europea per rispondere alle nostre esigenze dovrà essere socialista” e rappresentare l’evoluzione del movimento comunista europeo in grado di promuovere l’”emancipazione” delle classi lavoratrici “. Spinelli nel documento indica con estrema lucidità tutta una serie di misure idonee per superare il dominio dei monopoli e della finanza. Aveva, cosi, intuito la crisi nella quale ci dibattiamo a partire dal 2008. L’eredità del “Manifesto” non si è esaurita. Daniel Cohn Bendit fondatore con altri deputati europei del “gruppo Spinelli” costituito da una rete di personalità di diversi orientamenti politici, si propone di anteporre gli interessi europei a quelli nazionali. Si tratta di un movimento teso  a sostituire il monopolio politico che ha congelato l’integrazione europea: costituito dal blocco franco-tedesco e dalle etnocrazie dell’est europeo. Soltanto per un’” Europa federale” che protegga e rispetti le diverse identità, superando gli egoismi dell’”Europa delle nazioni”, ci sarà un futuro. A margine del “summit” si è imposto, il 27 agosto 2016, il seminario di Ventotene organizzato dall’Istituto di Studi Federalisti, riservato a giovani di tredici paesi ha lavorato per questa prospettiva. Quindici presidenti delle assemblee parlamentari dei venticinque paesi membri europei hanno sottoscritto la dichiarazione con cui si chiede una maggiore integrazione europea in senso federalista. In pratica i federalisti europei procedono verso l’obbiettivo originario di Spinelli:  gli “Stati Uniti d’Europa” un utopia internazionalista vagheggiata dal movimento comunista italiano .

 

L’ISTRIA TRA LE DUE GUERRE

Il fascismo dopo la prima guerra mondiale puntò ad eliminare l’opposizione anti-fascista e la molteplicità etnica delle terre giuliane. Procedette, in prima battuta, a cancellare la presenza sul territorio della comunità mitteleuropea. I quadri dell’amministrazione austro-ungarica, gli imprenditori e i tecnici della cantieristica , quaranta mila elementi, pari al 7% della popolazione furono allontanati ed espulsi  da Trieste, Gorizia, Monfalcone, Pola e Fiume. Non bastava. Mussolini lo disse brutalmente: “ Quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve  muoversi”. Teorizzò in grande anticipo la “pulizia etnica”. Per cui il regime fascista passò all’espulsione dell’elemento slavo iniziando dalle classi dirigente , con particolare riguardo al personale didattico e  al clero slavo. Tutto questo fu preliminare al tentativo di procedere, in tempi brevi, all’assimilazione delle masse slave subalterne. L’economia della campagna istriana fu sconvolta. La rete cooperativistica e creditizia slava, creata dal governo austriaco nella seconda parte dell’ottocento, fu eliminata. Migliaia di piccoli proprietari , soggetti, fra l’altro, ad una tassazione feroce, molto più pesante di quella austriaca, furono impoveriti e costretti a mettere all’asta le loro proprietà. Speculatori provenienti dall’Italia o appartenenti all’etnia istro-veneta furono gli autori e i beneficiari di questa “rapina”  . Si calcola che furono costretti all’esodo circa centomila slavi che subirono , in anteprima, con vent’anni di anticipo l’angoscia e il degrado dell’esodo degli istro-veneti , del secondo dopoguerra.

 Trieste privata del suo entroterra danubiano decadde inesorabilmente.

La storiografia di destra per giustificare la ventennale presenza italiana  ha esaltato l’intervento fascista nelle infrastrutture della penisola; in particolare la bonifica della valle del Quieto (Mirna) e del lago d’Arsa . Si trattò di interventi dai risultati trascurabili. Il governo italiano si disinteressò della viabilità e del problema della penuria dell’acqua. Vissi la mia infanzia negli anni quaranta del secolo scorso durante la presenza italiana, in una piccola fattoria (stanzia) collocata ad Orsera, sulla costa occidentale , quindi, nella zona più sviluppata  della penisola. L’abitazione era priva di luce ed acqua. Si trattava di condizioni primitive di sopravvivenza . Raoul Pupo, dopo aver descritto un Istria dal quadro socio-economico ha devastato è costretto ad ammettere che l’intervento fascista nell’economia istriana è stato inconsistente e, per giustificare il fallimento sostiene che “ Era cominciata a diffondersi, in Istria, la sensazione di un possibile, a lungo atteso miglioramento del tenore di vita nelle campagne”. Quasi a dire che dopo una secolare presenza veneziana ed austriaca , estremamente positive per la penisola, il governo italiano aveva trovato un Istria depressa e sottosviluppata. Il regime fascista non tentò , soltanto,  di snazionalizzare il territorio giuliano, ma minò la convivenza plurisecolare delle genti istriane. Gli esodi , le violenze, le foibe sono l’eredità di questi interventi. L’èlite dei liberali massoni istro-veneti terrorizzati dalla prospettiva di perdere il loro potere politico e, quindi, economico a vantaggio dell’elemento slavo in crescita demografica e consapevole della legittimità delle sue rivendicazioni, sostenne questa politica repressiva. Nel 1928 una legge vietò i nomi slavi. Questa repressione anti slava fu pianificata dall’I.T.O. (Ufficio informazioni truppe) creato durante la prima guerra mondiale per svolgere un attività di “intelligence” e spionaggio. Gli irredentisti giuliani e, successivamente dopo l’impresa di Fiume, i “legionari”furono i protagonisti di quest’attività. L’I.T.O., impegnato nei progetti di snazionalizzazione  elaborò un progetto che prevedeva l’afflusso nel territorio giuliano di contadini meridionali. Tentativo che rimase sulla carta sia perché ritenuto dai contadini meridionali non “attraente” come destinazione e, sia perché l’occupazione italiana fu limitata ad un ventennio. Anima di questa politica  fu Libero Sauro, figlio di Nazario Sauro, nominato dal governo italiano “Consigliere speciale per le questioni slave” lo stesso che, dalla fine del 1943 all’aprile 1945, dirigerà la Decima Mas istriana.

NASCITA’ DELL’IRREDENTISMO SLAVO

Gli esuli slavi espulsi dal territorio giuliano si rifugiarono prevalentemente in Jugoslavia. La cultura borghese e clericale impregnò il loro associazionismo, irredentista. A partire dal 1928 costruirono una movimento armato clandestino denominato T.I.G.R. : Trst (Trieste) Istra (Istria) Gorica (Gorizia) Rijeka (Fiume) e gli associati furono denominati tigoristi. La  lotta armata contro il regime fascista italiano fu condivisa con il partito di “Giustizia e libertà” di ispirazione mazziniana e più propenso di altri partiti antifascisti italiani ad adottare iniziative terroriste.

Il partito comunista italiano si rese conto della matrice irredentista e nazionalista dei tigoristi in netto contrasto con la sua ispirazione internazionalista marxista  .

 Elio Apih in “ Italia , fascismo e antifascismo nella Venezia-Giulia “ riporta come Ruggero Greco , dirigente del partito comunista italiano in “Stato operaio (11,12 ) nel 1930 abbia ammonito i dirigenti sloveni e croati tigoristi ricordando che “Soltanto quando nella loro azione si saranno liberati del nazionalismo ,potremo vedere se c’è da marciare e a quali condizioni, nella Venezia Giulia, per un certo tratto, su una piattaforma precisa”.

 

INVASIONE DELLA JUGOSLAVIA

Il 16 aprile 1941 l’Italia , con il consenso di larghi strati dell’opinione pubblica istro-veneta giuliana,  aggredirà la Jugoslavia. In altri termini non si trattava di una semplice invasione,  ma di un regolamento di conti definitivo tra le due culture: latina e slava che si protraeva dall’ottavo secolo . Gli irredentisti giuliani puntavano a mettere fine a un contenzioso etnico che si trascinava da oltre un millennio , praticamente dal “Placito di Risano” dell’ 802. Alla fine della seconda guerra mondiale il mondo slavo ottenne l’annientamento del totalitarismo nazi-fascista inteso  come l’espressione  violenta più estrema delle due culture dominanti: germanica ed italiana. Si trattò di una storica vittoria del “panslavismo” e, in definitiva va intesa come la sua completa  emancipazione culturale ed economica, dopo oltre un millennio di dipendenza. L’Italia s’impadronì di Lubiana, della Carniola interna e di quella inferiore; la Germania dei tre-quarti del territorio sloveno e l’Ungheria del rimanente. I circoli irredentisti giuliani pretesero che in questi territori la cultura  e la lingua slovena venissero cancellate. A Roma, invece, decisero di rendere il territorio sloveno una provincia autonoma annessa al Regno. A rischio estinzione   il popolo sloveno  si mobilitò per combattere contro questa occupazione in un fronte nazionale. A differenza delle altre regioni jugoslave dove i comunisti in questa lotta armata erano l’unica forza a guidare la resistenza,  in Slovenia questa fu condivisa da tutte le componenti politiche, comprese quelle cattoliche. L’opposizione fu vigorosa, e tale che, agli inizi del 1943, le autorità militari italiane non soltanto avevano perso il controllo del territorio sloveno, ma anche della periferia di Trieste e Gorizia. Non mancarono comunque i collaborazionisti locali. La reazione dell’occupante italiano contro questa resistenza fu più spietata di quella nazista. Si calcola che il 10% della popolazione slovena, ben oltre ventimila persone, furono deportate nei campi di sterminio a Gonars ed ad Arbe con una mortalità superiore a quella di Dachau. L’occupazione italiana della Dalmazia fu devastante e ,per tale ragione, provocò un rigetto anti-fascista da parte della maggior parte degli elementi della comunità dalmata italofona. Enzo Bettiza scrittore e politico di formazione liberale in “Esilio” descrive la reazione del padre, elemento di spicco della borghesia spalatina, nel 1941, di fronte all’occupazione della città, “Non c’era giorno che non denunciasse a tavola , durante il pranzo l’ultimo sopruso di cui aveva sentito dire o di cui non era stato testimone oculare e di soprusi   stupidi, superflui, infantili o criminali   . Ne capitavano tutte le ore. Gruppi di innocui concittadini slavi insultati, buttati per terra , duramente manganellati da furenti bande fasciste solo perché rimasti distratti con il capello in testa davanti alle bandiere di una sfilata irredentistica; contadine del Pazar aggredite da violenti giovinastri zaratini in camicia nera, sepolte sotto le bancarelle rovesciate, derubate delle loro merci solo perché incapaci di nominarle e venderle in lingua italiana; studenti comunisti sorpresi dalla polizia con un volantino antiitaliano in tasca, imprigionati e torturati per settimane, talora barbaramente trucidati nei sotterranei della questura”. Lo scrittore per esprimere tutta la sua delusione nei confronti dell’occupazione italiana sintetizza: “Non era certo l’Italia che aspettavamo”.

L’otto settembre 1943 fu il punto di svolta, storico.

Con l’armistizio si verificò, in Istria, il disfacimento strutturale dello stato italiano e la definitiva fusione tra i rivoluzionari di professione marxisti e i “narodjanski”(nazionalisti) provenienti dal T.I.G.R., gli esuli slavi espulsi dal regime fascista.

MOVIMENTO DI LIBERAZIONE CROATO

Le caratteristiche del  territorio istriano avevano permesso, fino all’8 settembre, un controllo militare italiano, completo. Il partito comunista croato che in altre zone era fortemente presente si limitò, nella penisola, a costruire , tramite gli esuli che avevano continuato a mantenere rapporti personali con la popolazione, una rete organizzativa che partiva dalle canoniche: rifugio ideale dell’entroterra istriano. La vocazione irredentista della borghesia slava si saldò con la rivalsa sociale delle classi contadine distanti dal mondo cittadino istro-veneto quella cultura cittadina istro-veneta che, a partire dalla caduta di Venezia e la successiva privazione dei suoi orizzonti cosmopoliti , si era trasformato in un entità etnica chiusa e razzista . I “coloni”, cosi venivano denominati i contadini slavi, vivevano in un regime di “apartheid” perché considerati incivili.

Questo atteggiamento costituisce una delle chiavi di lettura per interpretare  la “ jacquerie” istro-slava della campagna istriana nei giorni successivi all’otto settembre del 1943. 

 

 OTTO SETTEMBRE 1943

L’armistizio dell’8 settembre tra l’Italia e le potenze alleate liquidò la presenza dello stato italiano nel territorio giuliano. Da quel momento l’Istria fu travolta da un dramma non ancora  metabolizzato.  Lo storico Guido Crainz in “Naufraghi della pace” rifiuta la strumentalizzazione del dramma giuliano posta in essere con la “Giornata del ricordo” del 10 febbraio, istituita nel 2004 dal “governo Berlusconi “ su iniziativa di Alleanza Nazionale. “Senza alcun dubbio il riconoscimento delle sofferenze del 1945 e del esodo era un debito e un dovere di una memoria nazionale che le aveva rimosse, era parte di un elaborazione del lutto assolutamente necessaria. Condotta all’interno di una singola nazione, quel elaborazione ha reso più difficile … un confronto di memorie che comprendesse le sofferenze e i dolori di tutte le vittime: italiane, slovene, croate. Questo mi sembra il nodo di fondo, aggravato talora da modi unilaterali e non condivisibili di trattare questa materia incandescente”. Agli inizi degli anni novanta fu decisa l’istituzione di due commissioni storiche miste : italo-slovena e italo-croata. La prima è giunta a conclusione , ma il suo testo non è stato diffuso. La seconda è stata soppressa unilateralmente dal governo italiano. In quest’ultimo decennio la memoria dell’”esodo” è risultata emarginata e deformata da quella delle “foibe”. Ritorniamo all’Istria del settembre 1943. Con lo sbandamento delle istituzioni statali e locali si verificò da parte della popolazione istro-slava, un’esplosione di violenza. Fu il risultato di un misto di jacquerie e di rivalsa contro uno stato, quello italiano,  che si era posto completamente al servizio di un fascismo di frontiera più virulento di quello nazionale. Il 13 settembre il C.R.L.(Comitato popolare di liberazione) di ispirazione croata proclamò a Pisino l’annessione dell’Istria alla Croazia e, ad Aidussina, nei pressi di Gorizia,  gli sloveni proclamarono l’annessione del Litorale (Capodistria, Pirano, Isola) alla Slovenia. Il documento  sancì  che i “regnicoli”:  i cittadini del Regno d’Italia immigrati tra i due conflitti, in Istria e considerati lo strumento italiano più subdolo per alterare la fisionomia etnica del territorio istriano, andavano espulsi. Stabilì, inoltre, che “la minoranza italiana autonoma godrà di tutti i diritti nazionali libertà di lingua, di istruzione, di informazione e di sviluppo culturale… nelle chiese verrà introdotta la lingua croata e alla minoranza italiana verrà riconosciuto il diritto nelle stesse di usare la propria lingua”. In pochi giorni, agli inizi di ottobre del 1943, la situazione si capovolse Per la prima volta nella sua storia l’Istria che nei secoli era stata soltanto sfiorata dalle crisi regionali si è trovata nell’occhio del ciclone del conflitto europeo. Ai primi di ottobre del 1943, vale a dire dopo poche settimane dalla crisi dell’8 settembre, i nazisti con l’operazione “Wolkenbruck”  si avventarono sulla penisola. Come riportato da Petacco il risultato furono rovine, villaggi in fiamme, impiccagioni e massacri di innocenti. In un territorio scarsamente popolato , come è quello istriano, le perdite furono molto pesanti: 15.000 tra caduti e prigionieri. Non ci fu famiglia , compresa la mia, che non fosse  stata colpita.  Il 10 settembre, a due giorni dall’armistizio, Hitler aveva deciso , ufficialmente, la costituzione dell’”Alpenvorland” con capitale Bolzano e della “Adriatische Kustenland” (il litorale Adriatico) con capitale Trieste e comprensiva di Udine, Gorizia , Pola. Tale annessione era da considerarsi, secondo i vertici nazisti, preliminare all’assorbimento del Veneto. Tutto questo va ricordato ai nostri neo-fascisti che, da nostalgici, ricordano la R.S.I. come il presidio per mantenere “ l’unità, l’indipendenza e l’integrità della Patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio del sangue e dalla storia “. Il governo del sud dopo aver abbandonato, in occasione dell’”armistizio”, centinaia di migliaia di soldati italiani nei Balcani, in Grecia e in Russia non osò porre agli alleati la questione giuliana e pretendere l’unità del Regno. Lo stesso Petacco racconta come , dopo il fallimento del tentativo da parte di elementi giuliani presenti nella “Decima Mas” del sud  per organizzare, in Istria, una resistenza contro i partigiani di Tito, il governo del sud rivelasse la sua  impotenza e si dimostrasse “rassegnato o favorevole alla cessione alla Jugoslavia dell’intera regione” (compresa Gorizia e Trieste).

E i comunisti italiani?

Fin dal 6 ottobre 1943, vale a dire nei primi giorni dall’inizio della guerra di resistenza in Italia la posizione del P.C.I. fu chiara nei confronti dei comunisti jugoslavi. Il comitato centrale  di fronte alla proclamazione dell’annessione, da parte slava,  del territorio giuliano manifestò il suo completo “disaccordo”(vedi A.P.C. – Istituto Gramsci). Noi dobbiamo manifestarvi il nostro completo disaccordo con voi. Non vediamo quali necessità vi siano oggi per voi di sostenere senz’altro l’annessione di Trieste . Anche per i triestini ha valore il principio di autodecisione” Nell’autunno del 1943, Tito poteva contare su un movimento di centinaia di migliaia di partigiani  addestrati e in grado di liberare e gestire territori jugoslavi estesi . Il P.C.I,. nonostante che la sua struttura e la capacità di opposizione ai nazi-fascisti fosse quasi inconsistente, assunse un atteggiamento fermo nei confronti di Tito . Lo afferma chiaramente  la nota inviata al P.C., della Croazia pochi mesi dopo, il 5 gennaio 1944 (da Istra i Slovensko primorije). “Siamo del parere che la dichiarazione sull’annessione dell’Istria alla Croazia sia errata perché non può provocare altro che tendenze sciovinistiche tra i popoli che nella regione vivono assieme , ostacolando la collaborazione e l’unità combattiva volte a cacciare l’occupatore tedesco e i loro alleati….” “Per noi comunisti che combattiamo per la nostra Patria (dove “Patria” s’intende la “terra dei  padri”)sottomessa al fascismo e al nazismo ,  il vostro atteggiamento può rappresentare un duro colpo all’unità di tutte le forze popolari anti-naziste ed anti-fasciste realizzando nell’ambito dei nostri comitati di liberazione nazionale”.

 

CONCLUSIONE

Dai documenti citati risulta non soltanto il duplice D.N.A. del P.C.I. internazionalista e difensore dei valori patriottici legati al territorio, ma delinea il suo “rapporto paritario” con le altre forze popolari e cattoliche,  nella lotta contro il nazifascismo. L’opposizione del P.C.I. era condivisa dai dirigenti comunisti istro-veneti come Aldo Negri che espresse pubblicamente forti perplessità nei confronti della politica annessionistica dei dirigenti comunisti croati e sloveni. Da aggiungere che i comunisti istriani e fiumani, in un territorio ormai tedesco, risultarono deboli nei loro rapporti con i partigiani jugoslavi perché privi dei contatti e delle direttive provenienti dal C.L.N. dell’Alta Italia: forza coordinatrice e propulsiva del movimento partigiano italiano.

 

RELAZIONE PRATOLONGO

Il P.C.I., nella seconda metà del 1943, pur rendendosi conto dei suoi ritardi operativi, dimostra di essere perfettamente consapevole della complessità della questione giuliana. Giordano Pratolongo, segretario della federazione del P.C.I. di Trieste nella sua relazione del maggio -dicembre 1943, lo descrive lucidamente: “ Al momento dell’armistizio dell’8 settembre i partigiani sloveni e croati si avvicinarono alle porte di Trieste. Il che provocò due posizioni opposte in mezzo alle masse operaie ed alcuni ceti piccolo-borghesi ed intellettuali grande entusiasmo in quanto consideravano i partigiani come forze della libertà , anti-tedesche e anti-fasciste. In altri strati della popolazione provocò invece preoccupazione inanzitutto per la sorte di Trieste ed altri centri dell’Istria dove prevalevano gli elementi italiani. Pratolongo constata che da parte dei triestini: “Non venivano prese posizioni aperte di ostilità, però non si nota grande volontà di lotta contro i tedeschi, ma una certa passività e attesa di soluzioni che dovranno avvenire dall’esterno. L’esperienza della dominazione italiana , in particolare nel periodo fascista hanno smorzato molti entusiasmi verso l’Italia  e tale da determinare un rimpianto della floridezza di un tempo  legata alla presenza austriaca”.

MEGLIO I TEDESCHI CHE GLI SLOVENI

Prato longo prosegue : “Altra difficoltà è data dal timore della “calata degli sloveni” con tutta la minaccia di persecuzioni verso l’elemento italiano”. Petacco dopo aver descritto gli effetti dell’invasione nazista dell’ottobre 1943,  in Istria, nota come “i soldati tedeschi fossero stati accolti come liberatori ; in nessuna parte d’Europa era mai accaduto a dei soldati tedeschi di essere accolti come liberatori”. Quando si parla della rioccupazione dell’Istria, dall’ottobre 1943 all’aprile del 1945  nella storiografia ufficiale  non si fà riferimento al sistema massiccio oppressivo nazi-fascista che si impose nella penisola. Il movimento fascista avvalendosi di elementi irredentisti si strutturò massicciamente  e divenne insieme all’occupante tedesco e alla Decima Mas uno dei tre pilastri contrapposti alla resistenza partigiana. Il 12 settembre si costituì il primo fascio di combattimento che confluì nella M.A.T. (Milizia territoriale) presente in Istria con cinque reggimenti reclutati tra i fascisti istriani. Alla milizia territoriale  si aggiunsero nuclei di carabinieri e guardie di finanza che i rivoltosi slavi , l’otto settembre, avevano disarmato. Questi militari  erano rimasti nelle loro caserme fino al reclutamento nazi-fascista . Tutto ciò dimostra quanto sia falsa la versione di una eliminazione “di massa” della forza militare italiana presente in Istria, l’otto settembre, ad opera dei partigiani. La Decima Mas guidata da Borghese, nata come un corpo nazional-patriottico raccolse moltissimi volontari tra la gioventù di origine italiana. Dispiegò all’interno dell’Istria una rete repressiva capillare di seimila uomini  dislocati in ottanta centri strategici della regione. Se nel nord Italia la Decima Mas si era posta a fianco dei nazisti come “forza fiancheggiatrice” non sempre tollerata dai tedeschi , nel territorio giuliano sottratto alla Repubblica Sociale di Salò costituì la principale forza di repressione ed attuò insieme al M.A.T. una spietata “pulizia etnica” nei confronti degli istro-slavi. Il precipitare della situazione bellica impedì la programmata deportazione di massa dell’etnia slava. Come vedremo più avanti i reduci di queste forze, nella seconda metà del 1945, a conflitto concluso, si dimostreranno molto attivi nella destabilizzazione del territorio giuliano e tali da essere indicati tra gli eventuali responsabili della “Strage di Vergarolla”. Il ruolo prevalente di “sicari” al servizio dei nazisti è evidenziato dal distacco della Decima Mas istriana dalla casa madre presente nella R.S.I. Come riportato da Petacco “Quando Borghese giunse a Trieste …… deciso a compiere un’ispezione dei reparti localizzati in Istria , le autorità germaniche gli imposero di non muoversi dalla città”. Disobbedì e fu raggiunto da “un ordine di cattura” emanato dal gaulleiter Reiner , governatore austriaco del Litorale Adriatico.

FINE DI UN ILLUSIONE

Lo sbarco alleato in Normandia del giugno 1944 e l’avanzata sovietica inarrestabile nei Balcani , spinsero  Churchill ad ipotizzare alla conferenza di Teheran, dicembre 1943, l’occupazione dell’alto adriatico per l’estate-autunno 1944. L’operazione denominata ARMPIT avrebbe eliminato le forze tedesche nell’Italia settentrionale e occupato i porti nord adriatici. La conquista del bacino danubiano avrebbe accelerato il ritiro dei nazisti dai Balcani e bloccato l’espansionismo sovietico. Le forze partigiane jugoslave si dichiararono disposte a collaborare con gli alleati, ma si resero conto che l’occupazione alleata avrebbe potuto pregiudicare l’annessione del territorio giuliano. Il governo italiano del sud , nonostante avesse ottenuto dagli alleati garanzie precise per la liberazione di tutto il Regno (compresi i confini orientali) , non appoggiò il progetto di Churchill nel frattempo ostacolato dagli U.S.A. . Di  fronte alla possibilità di salvare il territorio giuliano il governo del sud rimase inerte. Nota Petacco  “Il governo italiano del sud poteva fare ben poco in favore del caso giuliano… gli alleati rifiutarono anche di far conoscere le loro intenzioni circa la sorte della regione… . Il generale Harold Alexander, comandante britannico delle forze alleate in Italia aveva , a sua volta, vietato l’invio di reparti dell’esercito italiano del sud, in difesa della Venezia-Giulia”. L’esecutivo decise cosi di prendere contatto con gli ambienti meno fanatici della R.S.I, tentativo demenziale, considerata l’irrilevanza dei repubblichini nella Venezia-Giulia annessa al Terzo Reich. A conclusione del conflitto, nella primavera del 1945 rileva Petacco “Il governo del sud era impotente e in parte rassegnato o favorevole alla cessione alla Jugoslavia dell’intera regione”. In realtà il governo italiano come documenta Gaetano Dato, in “Vergarolla”, diede l’avvio alla stagione del “complottismo” mediante gruppi clandestini di estrazione fascista intenzionati a destabilizzare l’area giuliana e a cercare la rivincita.

LA CORSA PER TRIESTE – P.C.I. E LA GUERRA FREDDA

Gli storici  avallano la favola di una “corsa”  per l’occupazione di Trieste tra la fine di aprile e gli inizi di maggio 1945, tra gli alleati e i partigiani di Tito. Tale evento ha avuto delle ricadute decisive nelle vicende della politica italiana. In “Vergarolla” saggio commissionato dal “ Circolo Istria” e l’Università di Trieste , Gaetano Dato per primo riflette su questa vicenda “Come mai gli alleati non riuscirono a giungere ad un accordo preliminare con i sovietici e jugoslavi sul controllo dell’ex porto asburgico (e di Pola)? E’ difficile credere che questo aspetto fosse stato lasciato al caso degli eventi negli ultimi giorni di guerra. L’area era troppo importante per il controllo delle comunicazioni con il centro-europa. E’ dunque possibile che , come ha ritenuto recentemente Klinger sulla scorta della stessa documentazione britannica e in sintonia con certe conclusioni di Pirjevec, più che ai tentennamenti o a una dimenticanza, l’assenza di un accordo sottostesse ad una strategia ben calcolata dagli anglo americani. Essi strumentalizzarono , più che subire, la tendenza jugoslava alla politica del “fait accompli” : lo scopo era quello di lasciare a Tito 40 giorni sulla Venezia-Giulia in modo da terrorizzare gli italiani verso il pericolo comunista, allontanarli dal sostegno al P.C.I. e assicurarsi , anche grazie alla forza del quarto potere, la permanenza della penisola nella propria sfera d’influenza. Questo confermerebbe ancora di più la tesi di Miglia sugli istriani “Carne da macello sotto tutti i governi” . La vulgata spiega : le forze jugoslave occuparono Trieste e Pola, la prima nella mattinata del primo maggio e la seconda il 5 . A Trieste, il 2 maggio, come da copione,  entrarono in città le avanguardie della folkloristica II divisione neozelandese .Per quaranta giorni le due città subirono il duro regime dei vincitori . Il regime jugoslavo era deciso a farsi giustizia  nei confronti di coloro che avevano collaborato con i nazi-fascisti e , nello stesso tempo, incapace di sostentare centinaia di migliaia di persone, soggette alla sua occupazione.

 

 EFFETTI COLLATERALI DELL’OCCUPAZIONE PARTIGIANA

Nel 1945, ai primi di maggio, particolarmente caldo, ero ad Orsera, da miei nonni materni.Il mare era a portata di mano, ad un centinaio di metri dalla casa. Lo raggiunsi in prima mattinata. Qualche ora dopo vidi comparire alle mie spalle due figure mostruose: una di queste era priva di una gamba. Prima di gettarsi in acqua le due “partigiane”  si liberarono dei loro stracci e li poserò a breve distanza da me. Scioccato mi allontanai dalla spiaggia per ritornare nella “stanzia”. Mia nonna materna, donna molto decisionista, capì immediatamente la situazione , afferrò un paio di forbici , mi rapò e con un colossale “flit” (spruzzatore gigante) provvide ad inondarmi di un liquido anti-pidocchi. Ne ero pieno.

LA MANCATA LIBERAZIONE DI TRIESTE E POLA

Gli alleati, presenti a Venezia fin dal 25 aprile avrebbero potuto liberare Trieste e Pola prima dei partigiani jugoslavi. L’Istria era a portata di mano. La piccola penisola avrebbe potuto essere liberata in una giornata. Le guarnigioni nazi-fasciste erano pronte ad arrendersi. Non esiste documentazione storica che dimostri un tentativo in extremis da parte del governo italiano di spingere le forze alleate ad occupare Trieste, Pola e l’Istria.

 

LA MEMORIA DI UN PROTAGONISTA

Il 25 aprile gli alleati erano a Monfalcone. Il mio patrigno, ufficiale di marina di carriera, anticomunista viscerale per tutta la vita, inserito nella struttura militare germanica di Pola fin dall’ottobre 1943 ha vissuto , da protagonista e in una posizione privilegiata, l’evolversi della situazione bellica in Istria, alla fine di aprile 1945. Il 23 aprile , al quartier generale di Pola, il suo comandante gli affidò l’incarico di andare a prelevare  un autocarro in avaria e una “ balilla” a Monfalcone “in procinto di essere investita dagli anglo-americani”. Partì l’indomani, il 24 aprile,  alle ore 08.00, con un autocarro dotato di armi pesanti e dieci uomini tra scorta ed autisti. Alle 14.00 giunse a Trieste ed, espletate alcune pratiche burocratiche, si diresse verso Monfalcone. Fece in tempo a rifornirsi mentre la cittadina subiva investita dall’attacco degli alleati provenienti da sud. Durante la notte del 25 aprile ripartì per Trieste e Pola. Dalle sue memorie: “Sulla via del ritorno, alle 4.20 del 25 aprile il camion non potè proseguire. ….. una parte dei difensori raggiungeva nella ritirata o meglio nella fuga la popolazione atterrita e la sorpassava”. Il mio patrigno fermò una macchina carica di ufficiali per avere informazioni  e gli venne risposto frettolosamente “ Tornate indietro a Pola, qui non c’è più nulla da fare”. Raoul Pupo per accreditare la tesi della “corsa per Trieste” e spiegare l’occupazione di Trieste da parte jugoslava sostiene che il 30 aprile “Non si sapeva bene dove si trovassero gli alleati  nella loro marcia di avvicinamento (sulla luna); mentre gli jugoslavi erano, sicuramente, alle porte di Trieste”. Lo storico non sa o fa finta di non sapere che gli alleati erano oltre Monfalcone , a pochi chilometri da Trieste ed aspettavano ordini. Il 26 aprile l’autocarro del mio patrigno, muovendosi faticosamente tra i fuggitivi e dopo aver attraversato Trieste potè proseguire fino a Pola, senza alcun blocco da parte jugoslava. Fra l’altro, le uniche strade istriane per raggiungere la città erano solo due: una costiera e l’altra interna. “Il 26 aprile, a mezzanotte, il camion dopo aver attraversato l’Istria per 130 chilometri giunse a Pola”. Raoul Pupo per giustificare “ l’inerzia tattica” degli alleati sostiene che “l’occupazione del territorio giuliano costituiva una meta strategica  per i jugoslavi e non lo era in alcun modo per gli anglo americani“Questa valutazione, contradetta dall’analisi di Dato, non tiene conto dell’importanza strategica di Trieste collegata al mondo danubiano e all’importanza da essa assunta nella “guerra fredda”. E aggiunge “c’erano stati tentativi di intesa senza alcun risultato perché gli alleati erano preoccupati di un potenziale scontro fra le loro truppe e i partigiani jugoslavi”. Lo storico , in questo modo, non spiega come mai gli alleati  non avranno più scrupoli quando quaranta giorni dopo, costringeranno le truppe jugoslave, saldamente installate a Trieste e a Pola, a sgomberare, senza troppi complimenti. Petacco da parte sua si allinea sulle posizioni di Pupo e sostiene ,  che i partigiani jugoslavi precedettero, il 1° maggio, la divisione neozelandese del generale Freiberg, perché ancora bloccata a Monfalcone .

LA RESA DI POLA

La consegna della città di Pola e dell’Istria alle forze jugoslave è un’ ulteriore prova dell’accordo realizzato tra gli alleati e gli jugoslavi . Il 26 aprile era stata occupata Venezia. Pola e l’Istria erano ancora in mani nazi-fasciste. Sempre dalle memorie del mio patrigno rientrato nella sua caserma a Pola il 26-27 aprile “Il ventotto aprile i comandi tedesco e italiano si riunirono l’ultima volta per discutere la situazione. Tenuto conto delle poche forze disponibili quattromila tedeschi e milleduecento italiani mentre gli anglo-americani avanzavano in  numero ed armamenti di gran lunga superiori e che di gran lunga superiori erano i partigiani che si avvicinavano alla città. Si parlava di diciottomila uomini con carri armati e armi modernissime della quarta armata jugoslava…. Tenuto conto che la guerra era ormai perduta su tutti i fronti decisero la non resistenza. Il 29 aprile furono disarmate le batterie di marina ( l’unico armamento temibile per un eventuale sbarco degli alleati) e radunato il personale in caserma – la sera , alla adunata fu a loro  comunicato l’accordo di resa con il “Comitato nazionale di liberazione”, di Pola composto da civili”. Le truppe nazi-fasciste erano pronte, come era già avvenuto in Germania, ad arrendersi alle forze alleate provenienti da Venezia  piuttosto che arrendersi agli jugoslavi in cerca di vendetta per i numerosi crimini perpetrati dalle forze di occupazione  . Questa “predisposizione alla resa”avrebbe facilitato l’occupazione alleata dell’Istria  da realizzarsi con un numero limitato di uomini e l’obbiettivo di occupare i porti di Rovigno, Parenzo, Capodistria e liberare Pola. Ma degli alleati neanche l’ombra. Visto il precipitare degli eventi ai soldati nazi-fascisti rimase  l’unica possibilità, quella di allontanarsi da Pola .  Soltanto il 30 aprile un “commando” di partigiani slavi era entrato a Pola occupando la sede della “Telve” azienda polesana strategica. Quando la mattina del 30 aprile all’adunata il mio patrigno si rese conto di essere tra gli ultimi rimasti decise di abbandonare, a piedi , in abiti civili, la città in direzione di Trieste. Non incontrò blocchi di partigiani fino a Valle d’Istria, a ca 20 km dalla città di Pola. Fu preso prigioniero e, nonostante fosse italiano (meridionale) e ufficiale al soldo dei nazi-fascisti, non fu eliminato. Come risulta dalle sue memorie fu trattato con umanità: “State tranquillo non cerchiamo voi, cerchiamo quelli che hanno sparato su di noi e sulle nostre famiglie, quelli che hanno partecipato ai rastrellamenti e alle distruzioni: quelli delle brigate nere e della Decima Mas”. I partigiani sapevano che il suo ruolo era stato quello di sovraintendere all’assistenza delle famiglie di militari in difficoltà. A ulteriore dimostrazione che questi partigiani non fossero dei mostri lo dimostra come il comitato di liberazione di Pola avesse stabilito la possibilità di liberare i prigionieri con un documento con il quale quattro partigiani testimoniassero che aveva “favorito la fuga di alcuni marinai tassati nelle file partigiane con armi e munizioni e , comunque, avesse fatto opera di propaganda in loro favore”. Si trattava di una “scappatoia” per  consentire la salvezza di elementi che, pur appartenendo alle forze nemiche, non si fossero macchiati di crimini. In Italia Togliatti si inventerà l’amnistia. Il Petacco parlando dell’attacco a Pola sentenzia che “la sorte dei prigionieri fu terribile” e continua con pagine grondanti di sdegno nei confronti delle forze slave. La sorte tragica dei prigionieri italiani in Jugoslavia fu condizionata dal contenzioso posto in essere dal  governo italiano determinato a proteggere quarantamila collaborazionisti e criminali di guerra: ustascia e cetnici richiesti dagli jugoslavi. Il governo jugoslavo si limitò a detenere come “ostaggi” i fedeli servitori dello stato italiano. Pupo, dopo aver descritto un clima di violenza generalizzato “Nell’Istria come a Fiume, a Trieste nella primavera del 1945 per le autorità jugoslave il problema principale non era quello di eliminare sic et simpliciter gli italiani, ma di ripulire “il territorio da tutti i soggetti che potevano mettere in discussione la saldezza del nuovo dominio”. L’Istria fu sottoposta, nell’immediata dopoguerra, ad un rivolgimento sociale e culturale duro, ma, nonostante tutto , definirla in preda all’arbitrio , è fuorviante. Il 29 aprile 1946, mia madre, dopo aver trascorso due mesi a Zagabria nel tentativo di salvare il mio patrigno era ritornata in Istria. I famigliari di Lawrence, mio padre biologico, animati da “bassi istinti di vendetta” avevano consigliato il figlio di fare una denuncia anonima all’O.Z.N.A. (Servizio Segreto Jugoslavo) contro mia madre per “rapporti sospetti con un ufficiale italiano”. Spionaggio, Se provato mia madre rischiava la pena capitale: la morte. Ai primi di maggio 1946 ricevette, ad Orsera, la prima visita di due agenti. Il 20 maggio fu perquisita la sua casa a Pola. I verbali di tali accertamenti furono spediti alla sede centrale O.Z.N.A. di Zagabria dove furono interrogati i parenti che l’avevano ospitata. Dopo ulteriori fermi ed interrogatori il 28 luglio 1946, fu arrestata definitivamente per gravi indizi a suo carico e rinchiusa nel carcere duro di Pisino. Il 19 agosto , il giorno dopo la strage di Vergarolla, una secondina aveva informato mia madre dell’eccidio di Pola. Una strage che aveva colpito, fra l’altro, numerosi bambini della mia età, uccidendoli e mutilandoli. Vivrà con questa angoscia fino al 18 settembre quando , dopo un regolare processo sarà completamente scagionata e liberata.   Gli storici, che hanno fatto tendenza,  per presentare le atrocità di questa occupazione , non certo indolore, si lasciano andare a visioni  apocalittiche per descriverla Oliva   in “Profughi”parla di  “Irruzione nelle case sulla base di sospetti o di semplici delazioni anonime, l’arresto e la violenza, spesso la confisca di preziosi , mobili denaro , talvolta la devastazione dei locali, i maltrattamenti dei parenti, gli stupri . Un clima di terrore”. Pupo “L’ondata di violenze colpì tutta la regione… obbiettivi delle violenze furono le persone più diverse”. Contestualizzando la situazione non si trattò di una “occupazione soft” . Il mix di una violenza fascista che si era protratta per oltre vent’anni, il successivo terrore nazi-fascista dopo l’autunno 1943 , la contraposizione etnica insanabile innescata da circa un secolo dall’irredentismo radicale avevano dato luogo a un tipo di violenza analoga a quella verificatasi dopo il 25 aprile nell’Italia del nord e nell’autunno del 1944 in Francia. Attribuire al movimento comunista e al mondo slavo le responsabilità di queste violenze, tralasciando i crimini e i genocidi nazi-fascisti, è inaccettabile.

 

 IL BARATTO GORIZIA – TRIESTE

In questi termini è stata interpretata la mediazione di Togliatti per una soluzione positiva a favore della sovranità italiana a Trieste. Sostiene Pupo come de Gasperi  avesse affidato a Togliatti il compito di trattare con Tito il destino di Trieste per sventare la costituzione del T.L.T. (Territorio Libero di Trieste) ed acquisire il passaggio di Trieste all’Italia. Togliatti era riuscito, nel novembre 1946, ad ottenere da Tito  il riconoscimento della sovranità italiana a Trieste, in cambio della cessione di Gorizia , in piccola parte già assegnata all’Italia, con il Trattato di Pace. La storiografia ufficiale italiana ha definito questa trattativa un “baratto immondo”. A questo punto vanno fatte due considerazioni. La prima è che in questo modo Tito rinunciava non a una semplice città, ma a Trieste, all’obiettivo primario dell’irredentismo slavo  che considerava Trieste città slava (Trst  je nas). Tito concedendo all’Italia la sovranità, si privava dell’unico riferimento economico e culturale in grado di attrarre e catalizzare l’intera regione istriana e quarnerina.  Come del resto è avvenuto in questi ultimi sessantanni, da parte italiana. Quando, poi, si parla  di Gorizia post-bellica ci si riferisce, in realtà, ad un “ brandello di territorio” allora popolato da sloveni e friulani, non certo da italiani. Alla Jugoslavia il Trattato di Pace di Parigi aveva già assegnato il sessanta per cento del centro cittadino e  276 kmq. del contado , già appartenente all’Italia, dopo la prima guerra mondiale. Il governo italiano, nel secondo dopoguerra, trasformerà completamente la “facies demografica” della città . La Gorizia italiana ,  diventerà, con l’immissione massiccia di istro-veneti, un “caposaldo” di italianità .

TOGLIATTI E FEDERICO II

Gerusalemme nel 1187 era caduta nelle mani mussulmane del Saladino. Nonostante tutti i tentativi dell’occidente cristiano che aveva sacrificato, nel frattempo, per la sua riconquista centinaia di migliaia di vite umane,  la città era definitivamente perduta. Federico II, nel 1229 , senza combattere concluse un’accordo con il sultano Elkamil. Vennero restituite ai cristiani Nazareth, Gerusalemme e Betlemme collegate al porto di Giaffa tramite un corridoio. Come corrispettivo Federico II lasciò in mano “maomettana” il Tempio con la “Cupola della rupe” e la moschea di Al-Aqsà: luoghi “simbolo” dell’islamismo. I cristiani, rifiutarono il trattato di pace. Federico aveva ottenuto troppo poco! Il patriarca di Gerusalemme definì il trattato di restituzione della città Santa “perfido e menzognero” e per giunta “dissennato crimine” e minacciò di scomunica Gerusalemme qualora avesse accolto l’imperatore fra le mura. Togliatti dopo quasi novecento anni, si poteva considerare in “buona compagnia”. Federico  lo aveva proceduto. Entrambi, nonostante i risultati ottenuti, erano stati “demonizzati”.

DE GASPERI E LA QUESTIONE GIULIANA

Pupo, facendosi portavoce della storiografia moderata, attribuisce alla cultura di sinistra di derivazione marxista la responsabilità di aver steso, nel dopoguerra,  un velo d’ombra sulle vicende giuliane. Le motivazioni per averle rimosse sono, secondo il suo parere, banali . Si voleva “Non dar fiato alla propaganda nazionalista anticomunista e antislava: un pericolo che andava scongiurato, non parlandone  affatto”! Non sarà che in questo modo veniva occultato il cinismo manifestato , a suo tempo, da un blocco sociale , quello moderato, che aveva considerato la perdita delle ex “terre irredente”, irrilevante e, con tale logica, aveva disperso il popolo giuliano?Abbiamo già segnalato l’inerzia del governo della Regno del sud e le responsabilità della R.S.I. nella perdita del Nord-Est. La storiografia segnala in parte questo “deficit”, ma ritiene la politica di De Gasperi e del governo democristiano, ineccepibile ed adeguata. Montanelli in “Novecento” definisce De Gasperi un grande conservatore, normalizzatore, in pratica, colui che ha gestito “un’ Italia fascista senza Mussolini”.

ISTRIA MONETA DI SCAMBIO

Nel gennaio 1946, alla Conferenza di Pace, il problema della definizione del confine orientale italiano diventò centrale. Stabilire una linea etnica fra l’Italia e la Jugoslavia parve insormontabile. Racconta Petacco “Il primo a suggerire questo “uovo di colombo” era stato il segretario di Stato americano James Byrnes. La sua proposta aveva subito incontrato l’approvazione dei sovietici, ma non quella della delegazione italiana. I rappresentanti italiani , presenti alle riunioni sotto la guida del capo del governo Alcide De Gasperi, manifestarono infatti opinioni discordi. Favorevoli al plebiscito gli esponenti del Comitato giuliano, nonchè i vescovi di Pola e di Parenzo, i quali benchè consapevoli dell’esistenza di una maggioranza slava, erano certi che moltissimi slavi non comunisti per reazione al terrore instaurato dal regime di Tito, avrebbero votato a favore dell’Italia. De Gasperi invece era contrario e con lui , sia pure per motivazioni diverse, gli altri componenti della delegazione italiana.…. . La sconcertante decisione di respingere un referendum che , molto probabilmente, avrebbe favorito l’Italia …. è stata in seguito criticata e variamente commentata l’interpretazione più acuta ci sembra quella di Paola Romano la quale ,….. sottolinea che, in quel momento la principale preoccupazione del deputato di Trento On. Alcide De Gasperi era rappresentata dalla possibilità che l’accettazione di un plebiscito nella Venezia-Giulia ne avrebbe potuto comportare un altro nel Trentino-Alto Adige il cui risultato sarebbe stato certamente sfavorevole all’Italia…… . Come osserva l’istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini , in quegli anni i nostri fratelli della Venezia-Giulia si sentirono usati come moneta non solo dagli Alleati ma anche dal governo di Roma. Non si può d’altronde negare che da parte dei nostri rappresentanti alla Conferenza della Pace  furono compiuti più sforzi per salvare la flotta o per conservare le colonie prefasciste di Libia, Eritrea e Somalia, che non per salvaguardare i confini orientali della nazione.” Pupo   difende con argomenti pretestuosi la scelta di De Gasperi e conclude “Vincolare la politica estera italiana alla logica del plebiscito avrebbe significato scontare una catastrofe certa in Alto Adige in cambio di un risultato incerto nella Venezia Giulia : uno scenario questo, che non solo un presidente del consiglio trentino, ma qualsiasi capo del governo non avrebbe potuto fare altro che respingere. L’Italia ,pertanto, sul plebiscito traccheggiò; ma anche se avesse insistito le sue possibilità di farsi ascoltare…. erano pressochè inesistenti” . Conclusioni, quelle di Pupo, completamente contradittorie. Per il semplice motivo che era stato il segretario di stato americano a proporre l’ipotesi del referendum, quindi la posizione italiana non sarebbe ststa isolata. Inoltre, non vuole rendersi conto, che in quel  momento, era iniziato dai territori giuliani, un esodo dalle proporzioni bibliche che contava molto di più di un semplice referendum, per provare le sue scelte. De Gasperi si dimostrò ostile all’esodo . Non si rese conto della volontà decisa e disperata della popolazione polesana di abbandonare la città. “Secondo il suo punto di vista, la permanenza degli italiani a Pola era una questione di interesse nazionale” . Se gli italiani vi rimanevano , rappresentando essi quasi il 100% della popolazione, ciò avrebbe fornito al governo italiano lo strumento necessario per rivendicare , in un futuro più o meno prossimo, la restituzione della città”. De Gasperi non seppe o non volle capire la situazione perché quando, finalmente, mise a disposizione lo strumento per l’evacuazione massiccia di una massa di ca. trentamila persone inviò il piroscafo Toscana:” un residuato” vetusto ed inadeguato . Riuscirò, a malapena, ad imbarcarmi con la mia famiglia nel penultimo viaggio  per Ancona alla fine del febbraio 1947.

GUERRA CIVILE ISTRIANA

Le responsabilità de De Gasperi vanno ben oltre a quelle descritte precedentemente. De Gasperi e il ministro degli interni Romita, avvalendosi del polesano Antonio De Berti e. del dalmata Giovanni Wodizka,  come risulta dai documenti del fondo I.R.S.M.L. si impegnò a fornire “aiuti organizzati e solidalmente “reali” per la resistenza istriana”. In “Vergarolla” Dato spiega che , fin dalla primavera del 1946 “Gli aiuti forniti da De Gasperi e dal governo italiano erano le armi che i due stavano massicciamente facendo entrare in Istria per rafforzare la quinta colonna di Pola e la sollevazione armata delle campagne istriane contro Tito”. Il che dimostra che ci fosse in atto prima dell’esodo e dopo il 1945 una guerra civile  in Istria. Il governo italiano per questo tipo di operazione si avvaleva di appartenenti alla ex- Decima mas e alle S.A.M. (squadre d’ azione Mussolini). Il coordinamento al livello centrale a Roma era gestito dal “Corpo Volontari per la Venezia-Giulia”, responsabile il generale Cardorna, capo di stato maggiore dell’esercito. Il movimento monarchico e i massoni erano i finanziatori. Da tutto questo si deduce che numerosi leader istro-veneti erano coinvolti nel respingere con la violenza il nuovo potere slavo deciso “con le buone o con le cattive” a non compromettere “la saldezza del suo dominio”.

IL P.C.I. E L’ESODO

Il P.C.I. ebbe inizialmente un atteggiamento di chiusura nei confronti dell’esodo e ,come riferisce Pupo, parlando dei quadri e dei dirigenti del P.C.I. “Vedevano nei profughi della Jugoslavia comunista solo degli elementi nazionalisti , se non fascisti “tout court”, in fuga dal socialismo e pronti a fungere da massa di manovra per la reazione in Italia”. Questi timori diedero luogo a clamorosi gesti di ostilità. In “Italiano con la coda” nel capitolo “ Il mio esodo” segnalo di essere stato oggetto insieme alla mia famiglia , all’arrivo ad Ancona, alla fine di febbraio 1947 , a queste “manifestazioni di rigetto”. Scrive Pupo “Episodi del genere si impressero nella memoria istriana… contribuirono in larga misura ad esasperare gli orientamenti anti-comunisti degli esuli già robustamente cresciuti nell’impatto con il regime comunista”. Nel febbraio del 1947 e, successivamente, nell’articolo di fondo dell’”Unità” del 30 novembre 1946 , i vertici del P.C.I., di fronte al fenomeno di massa dell’esodo da Pola, si resero conto che il fenomeno era più complesso. “Non giungono a noi soltanto i criminali…. arrivano a migliaia e migliaia italiani onesti veri fratelli nostri e la loro tragedia ci commuove e ci fa riflettere “. L’iniziale ostilità del P.C.I. è stata fino ad oggi , ingigantita e strumentalizzata politicamente. Il rifiuto degli esuli è stata condivisa da larga parte della società italiana e ,sopratutto,  dai ceti medi. Il profugo cerca disperatamente di inserirsi nella società che sceglie come meta. L’unico imperativo è il tentativo di mimetizzarsi e di mostrare un totale conformismo filo-governativo. La collettività vede tale tentativo una pretesa inaccettabile perché ottenuta a scapito del cittadino inserito che lo vede molto spesso come usurpatore del suo posto di lavoro. La democrazia cristiana, come riportano Esposito e Leuzzi, in “Puglia dell’accoglienza”  descrivendo il dopoguerra pugliese assorbì e strumentalizzò il nostro popolo in fuga. “ I democristiani, specie alla vigilia del quarantotto cercarono di guadagnarsi le simpatie degli esuli attraverso iniziative legislative e provvidenze assistenziali. Fu cosi che dieci giorni prima le elezioni del 18 aprile 1948  , il Consiglio dei ministri approvò la prima legge organica sui profughi (d.l. 19 aprile 1948, n. 556). In alcuni casi si congegnarono , specie per gli esuli giuliano-dalmati, comprensibilmente ostili ai comunisti, vere e proprie strategie di “trasferimenti per vincere sui collegi elettorali incerti”. E’, quindi, comprensibile la distanza tuttora esistente tra alcuni movimenti degli esuli e il P.C.I.  .

 

SOSTEGNO ALL’ITALIANITA’ IN ISTRIA

Il P.C.I. non ha abbandonato al suo destino e all’isolamento la comunità italiana presente in Jugoslavia. Dopo il Memorandum di Londra e parziale trattato di pace la Federazione giovanile comunista  italiana avanzò alla minoranza  istro-veneta una serie di proposte di collaborazione   e, per rendere concreta questa potenzialità, fu inviata a Fiume e in Istria una delegazione composta dai migliori quadri della sinistra giovanile, dell’Unione Donne Italiane e dagli esperti  provenienti dal mondo scolastico e universitario. Da quel momento come sostengono i Giuridicin, storici delle vicende della minoranza italiana, fu avviata “una fruttuosa” collaborazione in largo anticipo a quelle poste in essere dal governo italiano.

Category: Esodo, Istria, P.C.I., Remo Calcich, Trieste

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- 24 Marzo 2017