{"id":81,"date":"2015-05-25T16:29:10","date_gmt":"2015-05-25T14:29:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.remocalcich.it\/wordpress\/?p=81"},"modified":"2015-09-07T15:42:22","modified_gmt":"2015-09-07T13:42:22","slug":"la-storia-istriana-raccontata-da-un-istriano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.remocalcich.it\/wordpress\/la-storia-istriana-raccontata-da-un-istriano\/","title":{"rendered":"La storia Istriana raccontata da un Istriano"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\">MONDO LATINO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;Istria per la sua posizione geopolitica visse nei secoli una storia complessa tale da creare una sintesi culturale originale.\u00a0La fine dell&#8217;impero romano la colloc\u00f2, a partire dal quarto secolo, nell&#8217;area bizantina. Rimase assieme a Venezia, per circa tre secoli, subordinata all&#8217;Esarcato di Ravenna che governava l&#8217;Italia, al posto dell&#8217;imperatore.\u00a0L&#8217;Istria si salv\u00f2 dalle devastazioni e dai saccheggi della guerra greco-gotica e dall&#8217;occupazione longobarda.\u00a0Durante questo periodo di relativa calma i municipi istriani si dotarono di basiliche ricche di marmi, di mosaici e di vasi d&#8217;oro e d&#8217;argento, doni dell&#8217;imperatore greco.\u00a0La basilica Eufrasiana di Parenzo del VI\u00b0 secolo, sito UNESCO, \u00e8 un esempio di arte bizantina che supera, nelle forme legate alla tradizione classica, perfino la basilica di Ravenna.\u00a0Il che conferma la continuit\u00e0 dell&#8217;arte istriana con i suoi valori estetici classici.\u00a0L&#8217;Istria riforniva con le sue navi Ravenna e Bisanzio di grano, olio e vino.\u00a0Il legato bizantino veniva accolto dalle \u201c\u00e9lite\u201d e dal popolo istriani con grande onore.\u00a0La penisola rimase per due secoli sotto la protezione bizantina.\u00a0La lontananza dalla capitale e da Ravenna determin\u00f2 non solo l&#8217;autonomia ma la prosperit\u00e0 istriana.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">LE INVASIONI SLAVE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 568 d.c. i Longobardi occuparono il Friuli e si espansero in Italia.\u00a0Dietro questo popolo, cinquant&#8217;anni dopo, nel 610, attraverso il varco alpino si affacciarono gli Slavi.\u00a0In un decennio le avanguardie di questo popolo proveniente dal centro della Russia si abbatterono per tre volte sull&#8217;Istria.\u00a0Come sostenne il professor Francis Conte, ordinario di civilt\u00e0 russa della Sorbona, l&#8217;avanzata degli slavi costitu\u00ec un maremoto.\u00a0Nel sesto e settimo secolo gli slavi come una immensa colata estesa per oltre mille chilometri si spinsero fino al mare Adriatico.\u00a0Nello spazio di un secolo modificarono gli equilibri etnici e politici, i modi di vita e la cultura nell&#8217;Europa centro orientale.\u00a0Secondo i linguisti l&#8217;influenza slava fu tale da mutare la toponomastica tedesca.\u00a0Il nome di Berlino non proviene dall&#8217;orso raffigurato nello stemma cittadino, ma deriva da una vecchia parola slava: berlo (bastone- palo).\u00a0Si tratterebbe di un luogo circondato da pali.\u00a0Lipiza \u00e8 la citt\u00e0 dei tigli (lipa) e il cognome del celebre filosofo tedesco Leibniz ha la stessa derivazione.\u00a0Nel cuore della germania, in Lusazia, sopravvive ancora una minoranza slava consistente: i sorbi (serbi).\u00a0Fu l&#8217;irresistibile crescita demografica a spingere questo popolo alla ricerca di superfici coltivabili sempre pi\u00f9 vaste e di pascoli adeguati.\u00a0Carlo Magno blocc\u00f2 questa marcia proveniente dall&#8217;oriente europeo e impose il suo dominio in Istria.\u00a0Come logica conseguenza della conquista impose il regime feudale.\u00a0Si tratt\u00f2 di una svolta totale.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">IL PLACITO DI RISANO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La costituzione municipale romana si era mantenuta per otto secoli.\u00a0Con i carolingi l&#8217;Istria divenne una delle contee franche.\u00a0A capo fu posto il duca Giovanni, responsabile di una serie di violenze, esazioni arbitrarie, costrizioni a servizi umilianti, nei confronti del popolo istriano.\u00a0Gli istriani perdettero la propriet\u00e0 dei campi, dei boschi, dei pascoli e delle peschiere.\u00a0I contadini furono ridotti a \u201cservi della gleba\u201d.\u00a0Per impedire le prevedibili rivolte dei latini, il duca introdusse nel suo dominio consistenti gruppi di slavi armati.\u00a0Gli istriani non poterono tollerare che le decime ecclesiastiche da loro pagate fossero destinate al mantenimento di slavi pagani.\u00a0Nella loro disperazione si rivolsero per avere giustizia a Fortunato, patriarca di Grado, amico intimo di Carlo Magno e, quindi, personaggio influente.\u00a0Chiesero che venisse limitato lo strapotere del duca Giovanni.\u00a0In un giorno di primavera dell&#8217;804 fu organizzata un&#8217;assemblea solenne\u201cPlacito\u201d nella piana del piccolo fiume di Risano, nei pressi di Capodistria.\u00a0Si tratt\u00f2 di <em>un evento storico che influenzer\u00e0 per sempre i rapporti tra l&#8217;elemento latino e quello slavo.\u00a0<\/em>Lo storico Giuseppe Cuscito lo descrive:\u00a0\u201cCosi per comando di Carlo Magno e del figlio Pipino, re d&#8217;Italia cui la nostra provincia era immediatamente subordinata giunsero in Istria tre <em>missi dominici<\/em>&#8230;.. per verificare gli arbitrii commessi dal Duca e dai Vescovi contro il popolo e i deboli\u201d.\u00a0\u201cAlla presenza del patriarca di Grado, dei vescovi istriani e di numerosa turba di popolo, i messi di Carlo tennero il solenne placito e, scelti 172 homines capitanei tra i migliori delle singole citt\u00e0 e castella, iniziarono l&#8217;inchiesta\u201d.\u00a0A conclusione del \u201cplacito\u201d gli istriani ebbero parziale soddisfazione con un alleggerimento degli oneri feudali.\u00a0Con questo accordo si sanc\u00ec la definitiva scomparsa delle istituzioni romano-bizantine che avevano retto per un millennio.\u00a0Se la conquista franca costitu\u00ec una diga di fronte ad ulteriori invasioni slave al di l\u00e0 delle Alpi, il placito stabilizz\u00f2 in Istria l&#8217;elemento slavo utilizzato, in precedenza, come ausiliario dell&#8217;esercito franco.\u00a0<em>Lo rese stanziale ed agricoltore.\u00a0<\/em><em>Fu il nucleo originario di una nazione slava che con gli arrivi del sedicesimo secolo diventer\u00e0 maggioritaria.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">VENEZIA,\u00a0CULTURA MADRE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel nono e decimo secolo Venezia intraprese una lotta risolutiva contro i pirati saraceni e narentani (dalmati) e pose le basi della sua supremazia nell&#8217;Adriatico diventato cosi il Golfo di Venezia.\u00a0Ai fini della sua volont\u00e0 egemonica si impose l&#8217;annessione della penisola istriana: prima tappa di appoggio nelle rotte verso il mezzogiorno e il Levante,\u00a0Nella ricerca di protezione le citt\u00e0 istriane stipularono con Venezia trattati di \u201cFidelitas\u201d: un vincolo sostanziale di vassallaggio sul mare.\u00a0Con il venir meno dei vincoli feudali e del dominio formale del Patriarcato di Aquileia, i borghi istriani avevano goduto di una evidente floridezza descritta dal grande viaggiatore arabo Edrisi nel suo \u201cLibro del re Ruggero\u201d.\u00a0Nel 1307 il patriarca di Aquileia cedette a Venezia tutti i diritti formali detenuti fino a quel momento nei confronti dell&#8217;Istria.\u00a0I comuni istriani furono, cosi, costretti a rinunciare alla loro individualit\u00e0 politica a favore della Serenissima.\u00a0Venezia esercit\u00f2 il suo controllo sull&#8217;amministrazione comunale mediante un podest\u00e0 scelto fra il patriziato veneziano.\u00a0L&#8217;interno istriano, un quarto della penisola, entr\u00f2 nei domini dei conti di Gorizia e, successivamente, della casa d&#8217;Austria.\u00a0Il potere reale fu esercitato dal clero di Pisino che lo detenne fino ai nostri giorni.\u00a0Se le citt\u00e0 costiere entrate nella circolo veneziano godettero di uno sviluppo evidente, l&#8217;interno rimase condannato alla miseria e al sottosviluppo.\u00a0I vuoti provocati dalla peste nel &#8216;500 costrinse i conti di Gorizia ad importare dalla Carniola e dalla Carinzia molti coloni slavi che gli istriani chiamarono spregiativamente \u201cCransi\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">FALSO STORICO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcuni storici come Sestan sostengono, a mio avviso, incautamente, che il dominio veneziano fu causa della decadenza istriana.\u00a0Questo giudizio parte dalla constatazione che le citt\u00e0 istriane subirono lo \u201cstesso fenomeno che col\u00e0 le citt\u00e0 venete-lombarde che una volta assoggettate alla Dominante cadono in preda di una vita mediocre perch\u00e9 a tutto ci pensa il podest\u00e0 veneziano\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">MACHIAVELLI<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il segretario fiorentino Nicol\u00f2, sostenitore di Valentino Borgia: un criminale che agevolato da suo padre, il pi\u00f9 infame tra i Papi, Alessandro XIII, aveva imperversato alla fine del &#8216;400 tra la Romagna e le Marche, fu ferocemente antiveneziano.\u00a0Lamentava che i veneziani \u201cIn preda ad una libidine di dominio \u2026 avevano presupposto nell&#8217;animo d&#8217;aver a fare una monarchia simile alla romana\u201d.\u00a0Immediatamente dopo la sconfitta veneziana di Agnadello nel 1509,dopo essersi rallegrato dell&#8217;eventuale e prossima scomparsa di Venezia, si rese conto che se le oligarchie delle citt\u00e0 lombardo-venete tradivano Venezia \u201cil popolo, la plebe, i contadini sono tutti marcheschi\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">LA PROSPERITA&#8217; VENEZIANA<\/p>\n<p>Fulvio Salimbeni sostiene che l&#8217;Istria \u201cNon \u00e8 affatto quella morta gora culturale&#8230; come d&#8217;altro canto l&#8217;Italia del seicento e settecento pullula di iniziative culturali, di fenomeni che a lungo svalutati e disprezzati o derisi&#8230; stanno emergendo\u201d. In realt\u00e0 Venezia fu fonte di uno sviluppo economico i cui effetti sono evidenti tuttora.\u00a0Nel retroterra lombardo-veneto aveva contribuito al rilancio di attivit\u00e0 industriali senza pari.\u00a0Le armi di Brescia prodotte da duecento fabbriche del territorio rifornivano l&#8217;intera Europa e, in primo luogo, le potenze dominanti come Spagna e Francia.\u00a0Verona e Vicenza si affermarono come monopoliste europee nella lavorazione della pietra dura.\u00a0Vicenza visse nel sedicesimo secolo il suo secolo d&#8217;oro e impose Palladio come uno degli architetti pi\u00f9 interessanti dell&#8217;era moderna.\u00a0Padova divent\u00f2 non soltanto il centro culturale pi\u00f9 importante della Serenissima ma fu in grado di attirare, come sede universitaria unitaria tra le pi\u00f9 prestigiose, studenti da tutta l&#8217;Europa.\u00a0Dal cinquecento fino alla sua fine Venezia intraprese grandi interventi di bonifica con migliaia di ettari ricuperati nella terra ferma e destinati alla coltivazione di colture privilegiate .\u00a0Tutto questo per dimostrare che la Dominante non si era limitata a controllare il suo dominio, ma che nei secoli lo aveva arricchito .<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">ISTRIA: IMMAGINE VENEZIANA<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonostante che Venezia avesse imposto il suo dominio, visse con l&#8217;Istria, pietra angolare del suo Commonwealth, in perfetta simbiosi.\u00a0I palazzi, le chiese veneziani furono creati con i bianchi blocchi della pietra istriana.\u00a0I \u201ctaiapietre\u201d istriani che avevano scolpito gli stemmi sugli architravi e le colonnine d&#8217;altare delle chiese, si recavano nella maturit\u00e0 a Venezia a cercare fama e fortuna.\u00a0Il legno pregiato dei boschi istriani, dopo essere stato la base per le fondamenta dei palazzi veneziani, fu la linfa della potenza navale veneziana.\u00a0Dalla foresta di Montona, a ridosso della valle del fiume Quieto, i tronchi venivano trasportati, dal fiume o tramite carri per via terra, fino al mare.\u00a0Le galere veneziane si componevano nel piccolo fiordo creato dal fiume.\u00a0Venezia costru\u00ec l&#8217;Istria a sua immagine.\u00a0Lo \u201c skyline\u201d istriano \u00e8 esclusivamente veneziano.\u00a0La Serenissima ricostru\u00ec i porti della penisola .\u00a0Pot\u00e8 cosi contare per il suo intenso traffico marittimo sui piloti \u201cpeoti\u201d che conducevano le navi lungo la costa istro-dalmata evitando le insidie degli isolotti e delle scogliere subacquee.\u00a0Furono gli antenati degli skipper impegnati, ai giorni nostri, a guidare yacht e navi da diporto nelle marine istriane.\u00a0Come si ricava da fonte istro-croata, non predisposta ad esaltare la presenza veneziana in Istria, risulta evidente la capacit\u00e0 di Venezia di promuovere fino alla sua fine lo sviluppo istriano, cosi Drago Orlic nel suo \u201cSaluti da Parenzo\u201d.\u00a0Sostiene \u201cDa documenti del 1680 si pu\u00f2 notare quali sforzi siano stati fatti dalla Repubblica per ampliare il porto \u201cdi Parenzo\u201d con opere edili, attrezzandolo per l&#8217;approdo di grandi navigli\u201d.\u00a0\u201cIl senato (veneziano) deliber\u00f2&#8230; tutti i preparativi per lo scavo del Canale. Il Canale che si estendeva a ridosso delle mura cittadine di terraferma doveva servire, tra l&#8217;altro, come rifugio per barche minori e da pesca. Ma questo progetto aveva lo scopo principale di aumentare la difesa della citt\u00e0 e di eliminare quella fascia di terra malsana e paludosa\u201d.\u00a0Orlic descrive come nel 1770 Venezia con ingenti investimenti allarg\u00f2 il perimetro della cittadina di Parenzo dotandola dell&#8217;imponente chiesa \u201cMadonna degli angeli\u201d e di un centro degli affari.\u00a0E tutto questo a vent&#8217;anni dalla sua fine dimostra clamorosamente la vitalit\u00e0 veneziana nel settecento.\u00a0In Istria bonific\u00f2 le campagne.\u00a0L&#8217;arricch\u00ec di fontane perenni e di \u201c fonticchi\u201d, edifici che accumulavano le biade per i tempi di guerra, le carestie e le epidemie.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">MELTING POT ISTRIANO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel quattrocento e nel cinquecento le popolazioni istriane subirono l&#8217;offensiva turca.\u00a0L&#8217;Italia meridionale e quella centrale per reagire si munirono di una costellazione di castelli e fortificazioni.\u00a0Venezia impieg\u00f2 enormi investimenti di capitali per mantenere una squadra navale temibile e sempre efficiente.\u00a0La Serenissima consider\u00f2 l&#8217;Istria un punto fermo per il contenimento della minaccia turca.\u00a0Nella penisola balcanica la penetrazione dell&#8217;esercito ottomano per minacciare Vienna era stata causa dallo spopolamento dei territori attraversati.\u00a0Venezia cap\u00ec la lezione e decise di ripopolare l&#8217;Istria.\u00a0Il tentativo di convogliare coloni veneti dalle zone depresse del Veneto fall\u00ec.\u00a0La flotta veneziana prelev\u00f2 sia i cristiani che si erano rifugiati nelle sue fortificazioni che le popolazioni delle isole Egee occupate dal turco.\u00a0L&#8217;insediamento, nelle zone interne, di greci, morlacchi e slavi ormai senza patria, fu positivo perch\u00e9 utilizz\u00f2 esuli disposti a difendere strenuamente, per riconoscenza, le frontiere veneziane.\u00a0Diventarono le milizie pi\u00f9 sicure e fidate di San Marco.\u00a0I reggimenti degli \u201cschiavoni\u201d capitolarono di fronte al nemico francese soltanto dopo l&#8217;avvenuto sgretolamento di Venezia.\u00a0Questi rifugiati in arrivo in Istria subirono la \u201cquarantena\u201d negli isolotti davanti a Parenzo oppure su galeoni ancorati in baie non accessibili.\u00a0Ai neo-arrivati furono concessi i terreni del parentino e del polese abbandonati da decenni ed usati per il pascolo.\u00a0Questi terreni dovevano essere lavorati entro i cinque anni dall&#8217;ottenimento.\u00a0Per ulteriori venti anni i neo proprietari venivano esentati da \u201ccorv\u00e9e\u201d e carichi fiscali.\u00a0Le popolazioni autoctone accolsero con diffidenza i nuovi abitanti.\u00a0Erano esasperate perch\u00e9 si sentirono discriminate in quanto erano obbligate a sostenere obblighi lavorativi e fiscali.\u00a0Sorsero conflitti per l&#8217;utilizzo dei pascoli, degli abbeveratoi e dei boschi dove alle comunit\u00e0 era concesso raccogliere la legna.\u00a0Molto spesso i contadini autoctoni guidati dal podest\u00e0 si sollevarono per costringere gli \u201cintrusi\u201d a rinunciare ai loro privilegi.\u00a0Nonostante questi ed altri inconvenienti l&#8217;esperimento lungimirante veneziano di ripopolamento, funzion\u00f2.\u00a0Le campagne furono salvate dal degrado.\u00a0L&#8217;Istria con le sue colture specializzate dell&#8217;olio e del vino raggiunse la prosperit\u00e0.\u00a0Tutto il complesso economico istriano ne benefici\u00f2\u00a0Le comunit\u00e0 immesse furono, in parte, assorbite ed assimilate.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">I VALACCHI<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un discorso a parte \u00e8 riservato ai valacchi denominati \u201ccici\u201d che popolarono per secoli gli altopiani dell&#8217;Istria nord-orientale.\u00a0Nei confronti di questi pastori migranti provenienti dalla Romania, gli istro-veneti e perfino gli istro-sloveni e croati espressero disagio e intolleranza.\u00a0I valori valacchi erano estranei sia alla cultura istro-veneta che a quella slava.\u00a0Alla met\u00e0 del ventesimo secolo la scrittrice Lina Galli descrisse\u00a0 con tinte fosche questo popolo che rifiutava sia la civilt\u00e0 cittadina che quella rurale e privilegiava un rapporto diretto con la natura che faceva parte del suo \u201chabitat\u201d.\u00a0Accus\u00f2, senza fondamento, i valacchi di aver provocato il degrado dei boschi istriani con disboscamenti indiscriminati, dimenticando il controllo ferreo attuato sia dall&#8217;amministrazione veneziana che da quella austriaca, che si dividevano l&#8217;Istria.\u00a0Afferm\u00f2: \u201c Non coltivavano la terra e contribuirono con le loro capre e con il taglio sregolato della legna da fuoco a devastare i boschi che coprivano l&#8217;altopiano. Si rifiutavano di raccogliersi in villaggi e preferivano vivere in solitudine in sparsi casolari\u201d.\u00a0I valacchi erano s\u00ec dei carbonari esperti, ma svolgevano quella attivit\u00e0 proficuamente e su incarico delle comunit\u00e0 stanziali slave ed istro-venete.\u00a0Un viaggiatore francese, Carlo Yriarte, nel 1874 nella sua visita a Trieste consider\u00f2 la comunit\u00e0 dei cici antropologicamente esotica.\u00a0Afferm\u00f2: \u201cMentre lo slavo \u00e8 d&#8217;ordinario silenzioso e riservato, il cicio rivelerebbe l&#8217;origine valacca con la sua esuberanza e loquacit\u00e0\u201d.\u00a0Di chiara cultura lombrosiana, il francese continu\u00f2 \u201cI lineamenti del viso presentano non di meno segni variabili: fronte bassa e piatta, occhi neri e brillantissimi, gote prominenti con zigomi molto risentiti; le donne hanno quasi tutte il naso affilato e rivolto all&#8217;ins\u00f9 con faccia piatta e tonda.\u00a0Il cicio vive senza istruzione, senza educazione e senza memorie.\u00a0Non pensa n\u00e9 a ieri n\u00e9 al domani; sua industria \u00e8 far doghe da botti e fabbricar carbone; pasce le pecore.\u00a0A Trieste il cicio si diverte, ciarla, beve e canta senza il timore reverenziale che l&#8217;istriano ha nei confronti di questa citt\u00e0 cosmopolita.\u00a0I villaggi dei cici sono miserabili.\u00a0Hanno una morale facile favorita dalla natura estroversa e nessuna nozione di propriet\u00e0&#8230;. . Pigliano ci\u00f2 che possono: nelle citt\u00e0, la polizia li sorveglia da vicino: nella campagna i loro istinti sono conosciuti.\u00a0Il cicio \u00e8 cattolico \u201cnominalmente\u201d, ha delle superstizioni, in realt\u00e0 \u00e8 animista\u201d.\u00a0I ciribari appartenenti all&#8217;etnia valacca erano stanziati nell&#8217;albonese a sud della Ciceria.\u00a0Con grande soddisfazione il cronista francese stabilisce la differenza tra i valacchi autonomi e quelli (addomesticati) aggregati al mondo slavo di Albona.\u00a0\u201cHanno scuole e l&#8217;Austria compie lentamente ma sicuramente la sua opera civilizzatrice. Le loro capanne sono divise in due parti, una per le bestie l&#8217;altra per loro&#8230; . Mancano di camino e di focolare, il fumo esce dalla porta.\u00a0Si lavorano a maglia le proprie vesti adoperando lana bianca pei calzoni e lana bruna per il resto senza tingerla.\u00a0Completa stesso tempo l&#8217;abbigliamento un berretto di lontra o di volpe adatto per far fronte al vento terribile che normalmente imperversa sull&#8217;altipiano\u201d.\u00a0<em>Un popolo sospetto e discriminato.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">LE MIE RADICI VALACCHE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ho avuto la fortuna di vivere parte dell&#8217;infanzia nella mia famiglia valacca.\u00a0La foto di copertina di \u201cItaliano con la coda\u201d rivela la mia provenienza.\u00a0Gli antenati di mio nonno vivevano sull&#8217;altopiano e raggiungevano la costa sia per la transumanza che per fornirsi dell&#8217;aceto prodotto a Parenzo e che distribuivano in tutto l&#8217;impero austro-ungarico.\u00a0In altri termini una comunit\u00e0 estremamente mobile e dinamica.\u00a0Le famiglie valacche sotto la pressione demografica emigravano o sceglievano di diventare stanziali stabilendosi sulla costa come, alla fine del diciottesimo secolo, decise il mio bisnonno.\u00a0La leggenda narra che il \u201ccapostipite\u201d abbia portato con s\u00e9 dalla Ciciaria mille pecore.\u00a0Con il ricavato della vendita di ottocento compr\u00f2 un vasto terreno sul quale costru\u00ec la piccola stanzia dividendo razionalmente il suo spazio: una stalla calda ed accogliente e l&#8217;abitazione.\u00a0Conserv\u00f2 le rimanenti duecento come attivit\u00e0 secondaria alla coltivazione della terra.\u00a0In alcune sere invernali il nonno dava ospitalit\u00e0 a cantastorie \u201ccici\u201d vaganti che narravano di eroi mitici alle prese con imboscate duelli e faide.\u00a0In mancanza di documenti scritti i cantastorie erano la nostra memoria orale indispensabile per la nostra identit\u00e0.\u00a0Lo sfondo dei racconti erano gli spazi enormi balcanici composti da pascoli infiniti, fiumi invalicabili in mezzo a tormente di neve.\u00a0Dalla fine del &#8216;300 per alcuni secoli i valacchi fornirono al turco alla conquista di Vienna, la carne dei loro greggi.\u00a0Alla fine del cinquecento il ruolo di supporto valacco all&#8217;esercito ottomano venne meno.\u00a0L&#8217;Austria agevol\u00f2 il loro trasferimento sull&#8217;altopiano istriano.\u00a0Nel nostro insediamento il pozzo esterno che serviva a dissetare il bestiame fu fondamentale.\u00a0Quando l&#8217;acqua del pozzo si esauriva accompagnavo il nonno a prelevarla in uno stagno a ridosso del mare.\u00a0Riempivamo delle botti da vino che mio nonno confezionava durante l&#8217;inverno.\u00a0Con l&#8217;occasione non mancavamo di fare scorta delle anguille che pullulavano nella piccola pozza d&#8217;acqua e che la nonna cuoceva in carpione: splendido cibo per le vigilie e i venerd\u00ec.\u00a0La parte abitativa della piccola stanzia era composta da un pianterreno con un salotto arredato in modo spartano. Al centro della stanza un tappeto celava l&#8217;apertura di un pozzo profondo di acqua potabile.\u00a0Il salotto sfociava in una cucina molto vasta che fungeva da deposito per i grani e le caciotte di formaggio.\u00a0Mio nonno, al contrario di quanto sostenuto dagli antropologi citati e male informati, era un uomo capace di muoversi molto bene nella societ\u00e0 moderna di allora senza rinunciare ai valori valacchi .\u00a0Aveva inoltre il vantaggio di adeguarsi completamente all&#8217;ambiente naturale istriano meglio del borghese istro-veneto e del contadino slavo.\u00a0Posta al confine tra il mondo culturale istro-veneto e slavo ne era la conferma.\u00a0La sua unione con una donna ceca portatrice di una cultura slava e cosmopolita lo elev\u00f2 e gli diede prestigio tale da rendere la sua famiglia punto di riferimento, ad Orsera e nel contado, sia dei contadini slavi che dei pescatori istro-veneti.\u00a0Conservo una sua foto scattata prima della partenza per la Galizia, nel sud polacco, nella \u201cGrande Guerra\u201d.\u00a0Potrebbe essere confuso benissimo con i rampolli della migliore borghesia mitteleuropea.\u00a0In piena maturit\u00e0 durante la seconda guerra mondiale rischi\u00f2 la vita per procurare cibo, tessuti e strumenti di lavoro alla famiglia allargata a venti componenti.\u00a0Vivevamo nella zona costiera istriana controllata dai nazi-fascisti.\u00a0Il nonno per muoversi si era munito di un \u201clasciapassare\u201d tedesco e contemporaneamente, tramite le sue conoscenze partigiane aveva ottenuto un documento idoneo per operare nel retroterra: zona controllata dai partigiani.\u00a0Caricava sul carretto il sale proveniente dalle saline di Orsera e lo mimetizzava sotto le pannocchie di mais o le melecotogne o altra frutta e lo barattava.\u00a0Otteneva tra l&#8217;altro il prosciutto istriano pi\u00f9 pregiato, quello di Coridigo.\u00a0Gli capit\u00f2 in una di queste operazioni di essere intercettato da una pattuglia tedesca mentre proveniva dalla zona partigiana.\u00a0Riusc\u00ec a far sparire il compromettente permesso partigiano in una fenditura di un provvidenziale muro campestre.\u00a0Non evit\u00f2, per\u00f2, la caduta di un masso che smosso, gli frattur\u00f2 la mano destra.\u00a0In questo modo super\u00f2 il controllo tedesco ed evit\u00f2 la fucilazione.\u00a0Il prosciutto del nonno molte volte finiva anche nel piatto del comandante nazista sudeto che sapeva esattamente da dove proveniva quella delizia e chiudeva, per un suo tornaconto, tutte e due gli occhi.\u00a0Nonostante le contrapposizioni ideologiche il comandante comunicava in boemo con mia nonna e lei, versata nelle pubbliche relazioni, gli preparava i gnocchi di marmellata di prugne passati nel burro e nella cannella.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">D.N.A. VALACCO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa vocazione a vivere duramente era nel D.N.A. della famiglia materna valacca.\u00a0Il visitatore francese citato nel suo reportage sul popolo valacco, che considerava esotico, afferma: \u201cLa sua futura compagna deve porsi sulle spalle una soma troppo grave per le sue forze e tuttavia valicher\u00e0 le balze scoscese, i passi pericolosi col dorso curvato, ma continuando sempre a fare la calza di lana dal villaggio alla citt\u00e0, ch\u00e9 venda il suo carico senza possibilit\u00e0 di riportarlo indietro.\u00a0Nel libro \u201cMaria\u201d dedicato dal mio patrigno a mia madre, si narra come questa giovane di sangue valacco si era proposta di raggiungere l&#8217;autore: ex ufficiale italiano agli ordini dei nazisti, percorrendo in un modo avventuroso e pericoloso l&#8217;intera Jugoslavia devastata dalla guerra.\u00a0In questo modo salv\u00f2 il suo uomo.\u00a0Per finanziare il suo progetto di viaggio inizi\u00f2 con un patrimonio di mille lire, pari ai cinquecento euro attuali.\u00a0Acquist\u00f2 a Trieste con quel denaro la merce che era richiesta nei piccoli villaggi istriani dell&#8217;entroterra.\u00a0In particolare si forn\u00ec di merce come la soda, necessaria per la fabbricazione in famiglia di sapone, filo da cucire, calze, fiammiferi.\u00a0Questa fragile donna percorse a piedi attraverso strade inesistenti persino trenta km. al giorno riposando in luoghi improvvisati.\u00a0Dopo la vendita dell&#8217;intera merce, nel suo primo tour istriano, il suo patrimonio era diventato di 2.500 lire pari a un salario operaio di tre mesi.\u00a0Percorse in lungo e largo la penisola balcanica per tutto il 1945 e met\u00e0 del 1946.\u00a0A Batteria Brin, Brindisi, dove fummo relegati una volta abbandonata l&#8217;Istria, il sussidio governativo saltuario e miserabile obblig\u00f2 mia madre a praticare la borsa nera.\u00a0Ogni due settimane partiva per Bologna, Venezia e Trieste trascinandosi dietro carichi enormi.\u00a0Il contrabbando era un&#8217;attivit\u00e0 complessa e pericolosa.\u00a0Si rivolgeva ai fornitori: mediatori e contadini, per acquisire olio e tabacco.\u00a0In treno rimaneva sempre allerta per evitare di essere derubata e per eclissarsi prima di essere bloccata dalle forze dell&#8217;ordine impegnate a stroncare il contrabbando.\u00a0Dopo le giornate stressanti e le notti insonni ritornava alla base completamente disfatta.\u00a0E tutto per assicurare a me e a mia sorella la sopravvivenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">FINE DI UN POPOLO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La frantumazione dell&#8217;impero austro-ungarico blocc\u00f2 gli spazi vitali del popolo valacco che abbandon\u00f2 il suo territorio e si inurb\u00f2 a Trieste, Fiume e, sopratutto, si stanzi\u00f2 nella costa istriana mescolandosi con l&#8217;etnia slava seguendo l&#8217;esempio del popolo etrusco confluito in quello romano.\u00a0Durante il secondo conflitto mondiale l&#8217;occupazione nazi-fascista dell&#8217;altipiano cicero: santuario della resistenza partigiana, fu devastato.\u00a0Le misere dimore valacche furono incendiate e gli abitanti eliminati.\u00a0La famiglia del nonno materno, quella che cinquant&#8217;anni prima non aveva seguito il bisnonno nel suo trekking per la costa istriana, venne sterminata.\u00a0Si salv\u00f2 soltanto un giovane secondo cugino del nonno che, alla fine degli anni quaranta, si sistem\u00f2 ad Orsera.\u00a0Lo incontrai trentanni dopo .\u00a0Mia moglie not\u00f2 la straordinaria rassomiglianza delle nostre strutture corporee.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">L&#8217;AMALGAMA ETNICO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Agli inizi dell&#8217;era moderna i comuni istriani mantenevano la loro cultura istro-veneta e assimilavano l&#8217;elemento slavo perch\u00e9 il suo acculturamento passava attraverso l&#8217;assorbimento della cultura latino-veneziana a tal punto che, volutamente, latinizzava e italianizzava i suoi nomi.\u00a0Il Concilio di Trento nell&#8217;ambito della sua ristrutturazione organizzativa ed ideologica predispose visite pastorali obbligatorie sul territorio seguite da relazioni che descrivevano le societ\u00e0 visitate.\u00a0Un documento fondamentale per cogliere l&#8217;evoluzione del processo etnico istriano di fusione tra l&#8217;elemento latino e quello slavo fu la visita apostolica del cardinale Agostino Valier, ordinata dal Pontefice.\u00a0Questo documento forn\u00ec alla fine del cinquecento un resoconto estremamente documentato.\u00a0Una miniera di notizie che defin\u00ec la consistenza demografica e l&#8217;identit\u00e0 degli abitanti (istro-veneti e slavi presenti all&#8217;interno), l&#8217;organizzazione territoriale e il patrimonio artistico.\u00a0Il resoconto inoltre conteneva indicazioni sul linguaggio usato e le espressioni dialettali.\u00a0L&#8217;Istria era zona di frontiera con il mondo protestante e, quindi, veniva considerata area strategica per la cattolicit\u00e0.\u00a0In quel periodo lo Stato non faceva ancora censimenti e non aveva registri della popolazione.\u00a0Le parrocchie annotarono le vicende, gli eventi della vita quotidiana tali da cogliere i momenti di crescita e di declino dovuto a carestie, pestilenze e registrare l&#8217;arrivo di nuove comunit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">LA CULTURA ISTRIANA<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;Istria in simbiosi con Venezia ne ha vissuto completamente l&#8217;essenza civile.\u00a0Padova capitale culturale della Serenissima attraeva schiere di studenti e dotti istriani.\u00a0Al loro rientro nella penisola facevano circolare ampiamente la cultura umanistica.\u00a0I testamenti istriani di quel periodo attestano la presenza di ricche biblioteche private.\u00a0Il mondo culturale istriano non si sottrasse allo scambio con il mondo germanico quando nel cinquecento sorse il movimento protestante.\u00a0L&#8217;Istria ne fu coinvolta.\u00a0Pier Paolo Vergerio istriano di Capodistria, nunzio apostolico in Germania, divenne uno dei pi\u00f9 convincenti teologi della Riforma.\u00a0Fu contrastato dall&#8217;istriano Girolamo Muzio polemista e autore di numerosi testi della Controriforma.\u00a0Anche Matteo Flaccio illirico (croato latinizzato) ader\u00ec alle idee protestanti ed ebbe la cattedra di greco ed ebraico a Wittemberg.\u00a0Scrisse la pi\u00f9 completa storia della chiesa.\u00a0Istriani furono geografi come Pietro Coppo e il musicista Andrea Antico che si impose alla corte papale.\u00a0Questa ricchezza culturale istriana e la sua continuit\u00e0 venne espressa da Gian Rinaldo Carli riformista del settecento, alto funzionario della casa d&#8217;Austria, cattedratico a Padova ed amico del Verri.\u00a0Punto di riferimento delle \u00e9lite europee ed istriane il Carli con le sue opere introdusse le idee degli illuministi francesi ed europei.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">VENEZIA PER SEMPRE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per Venezia tutti i sudditi erano eguali purch\u00e9 fossero fedeli alle leggi della Serenissima.\u00a0La lingua e la razza non comportavano n\u00e9 intolleranze n\u00e9 discriminazione.\u00a0Le leggi erano pubblicate su pi\u00f9 colonne affiancate con il testo riportato in latino, veneziano e, a seconda dei diversi territori, in slavo e in greco.\u00a0La fine di Venezia provoc\u00f2 nelle popolazioni istro-dalmate uno shock insanabile.\u00a0Da \u201cItaliano con la coda\u201d: \u201cAlle bocche di Cattaro, al confine tra la Croazia e il Montenegro la popolazione, orgogliosa delle vittorie conseguite con Venezia, cadde nella disperazione.\u00a0Il conte Giuseppe Viscovich, ultimo capitano di Perasto, depose sull&#8217;altare maggiore della cattedrale il vessillo di San Marco come una reliquia.\u00a0In dialetto dalmata, di squisita impronta veneziana, proclam\u00f2:\u00a0In sto amaro momento, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio el gonfalon dela Serenissima Repubblica ne sia de conforto, o cittadini che la nostra condotta passada, che quella desti ultimi tempi rende pi\u00f9 giusto sto\u00a0 atto fatal, ma virtuoso, ma doveroso per n\u00f9&#8230; .\u00a0Perasto ha degnamente sostenudo, fino all&#8217;ultimo, l&#8217;onor del Veneto Gonfalon&#8230; deponendolo bagn\u00e0 del nostro universal amarissimo pianto&#8230; .\u00a0Sigilleremo la nostra gloriosa carriera corsa sotto il Serenissimo veneto governo.\u00a0Per 377 anni la nostra fede e il nostro valor l&#8217;ha sempre custodia per terra e per mar&#8230; . Per 377 anni le nostre sostanze e il nostro sangue, le nostre vite le x\u00e8 sempre stae per ti, o San Marco; e felicissimi x\u00e8 avemo reput\u00e0, ti con n\u00f9, n\u00f9 con ti; e sempre con ti sul mar n\u00f9 semo stai illustri e virtuosi.\u00a0Nessun con ti n&#8217;ha visto scampar, nessun con ti na visto vinti a paurosi\u201d.\u00a0Questo patriota dalmata reag\u00ec come Rutilio Numaziano che rivolgendosi alla \u201ccitt\u00e0 eterna in preda ai barbari proclam\u00f2 nel \u201cDereditu suo\u201d Tu facesti una sola patria delle genti pi\u00f9 diverse fu per loro un beneficio averti Dominante e partecipare al tuo diritto\u201d.\u00a0L&#8217;Istria insorse.\u00a0Il 7 giugno 1797 come riportato da Lina Galli : \u201cIl volto dell&#8217;Istria attraverso i secoli\u201d, a Rovigno le campane di S.Eufemia chiamarono a raccolta la popolazione. Tutti vi si affrettarono. Nella chiesa si alzavano gli stendardi delle confraternite e la bandiera giallo-azzurra dell&#8217;Istria. Il Consiglio universale dei Capi famiglia \u201cpi\u00f9 di un migliaio decise di restare uniti a Venezia, di opporre resistenza armata all&#8217;invasione francese e di costituire un governo democratico. Lo giurarono sul Vangelo e poi tutti si abbracciarono\u201d.\u00a0Il rimpianto di una civilt\u00e0, come quella veneziana, in grado di svuotare i nazionalismi, di trasmettere creativit\u00e0, l&#8217;orgoglio dell&#8217;appartenenza, la certezza del diritto, di anteporre l&#8217;interesse collettivo come un bene comune e farne il contenuto di una \u201cpatria comune\u201d accompagner\u00e0 le genti adriatiche memori di aver fatto parte dello \u201cstato da mar\u201d\u00a0Benedetto Marcello, qualche decennio prima della fine di Venezia, aveva espresso liricamente lo svanire di un mondo irripetibile .\u00a0Nel fascino sottile del suo \u201cConcerto per oboe\u201d ripreso da Sebastian Bach e Leitmotiv\u201d di \u201c Anonimo veneziano\u201d si coglie una nostalgia sublimata e tale da far emergere un sentimento di perdita incommensurabile ed assoluta.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">VENEZIA E AMSTERDAM<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venezia e Amsterdam: due entit\u00e0 analoghe con destini diversi.\u00a0Alla met\u00e0 del seicento la Repubblica delle Provincie Unite, l&#8217;attuale \u201cOlanda\u201d, dove Amsterdam giocava un ruolo preminente, sub\u00ec un tracollo rilevante determinato dal calo delle sue esportazioni dovuto all&#8217;arresto demografico europeo e al protezionismo da parte delle grandi potenze europee.\u00a0Venne attribuita la responsabilit\u00e0 all&#8217;oligarchia mercantile e al venir meno del suo dinamismo.\u00a0Cosi che nel 1794 fu facile per i francesi imporre il loro dominio sull&#8217;Olanda.\u00a0La giustificazione di questa invasione fu quella di sostenere che la Repubblica era completamente marcia e, quindi, andava eliminata.\u00a0Sulle sue ceneri, nel 1815, con il Congresso di Vienna, alla Repubblica delle Province Unite subentr\u00f2 il Regno dei Paesi Bassi.\u00a0Si stabil\u00ec la continuit\u00e0 politica con la Repubblica proclamando il figlio dell&#8217;ultimo Stadhouder (Presidente) Re.\u00a0Fra l&#8217;altro il Regno venne ingrandito con l&#8217;annessione delle Fiandre.\u00a0La Repubblica data per morta dai suoi nemici fu ceduta all&#8217;Austria.\u00a0Le Provincie Unite diventate Regno dopo l&#8217;occupazione napoleonica si sono trasformate in uno stato moderno, sovrano.\u00a0Venezia fu annientata e cancellata per sempre.\u00a0La citt\u00e0 ha dimostrato dopo cinquantanni dalla cessione della sua indipendenza, una vitalit\u00e0 sorprendente.\u00a0Durante la prima guerra di indipendenza dal 22 marzo 1848 al 22 agosto 1849: diciassette mesi, pi\u00f9 di cinquecento giorni, il popolo veneziano guidato da Daniele Manin e Nicol\u00f2 Tommaseo, resistette all&#8217;assedio austriaco.\u00a0Al confronto la resistenza della Repubblica Romana, di Milano e di Brescia sono eventi marginali.\u00a0Il vaiolo e la fame sconfissero Venezia.\u00a0Il 30 dicembre 1847 prima della ribellione all&#8217;Austria Daniele Manin e Nicol\u00f2 Tommaseo rivendicarono il passato e l&#8217;identit\u00e0 veneziana e il principio unitario (italiano).\u00a0Va ricordato che Nicol\u00f2 Tommaseo \u00e8 quel dalmata, slavo per linea materna, che ha contribuito per primo a valorizzare, con il suo vocabolario, la lingua italiana.\u00a0Daniele Manin, voce inascoltata dal Risorgimento individu\u00f2 il ruolo che Venezia avrebbe dovuto assumere nell&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;Italia. \u201cMa non basta aver abbattuto l&#8217;antico governo, bisogna altres\u00ec sostituirne uno nuovo, e pi\u00f9 adatto ci sembra quello della repubblica che rammenti le glorie passate, <em>migliorato dalle libert\u00e0 presenti<\/em>.\u00a0Con questo non intendiamo gi\u00e0 di separarci da nostri fratelli italiani, ma anzi formeremo uno di quei centri che dovranno <em>servire alla fusione successiva a poco a poco di questa Italia in un sol tutto\u201d.\u00a0<\/em><em>A Risorgimento concluso possiamo sintetizzare che Casa Savoia e i giacobini, spina dorsale del Risorgimento, hanno fatto di un grande progetto una misera cosa svuotando il primato della cultura italiana.\u00a0<\/em>Lo dico con Alvise Zorzi, immenso ed aristocratico storico veneziano\u201d.\u00a0Dopo aver segnalato come Venezia fosse stata denigrata dalla propaganda e dalla produzione letteraria francese ed austriaca come \u201calibi\u201d per la sopraffazione compiuta, con amarezza segnala la \u201cDisinformazione sistematica alla quale l&#8217;Italia post risorgimentale, non ha saputo n\u00e9 voluto opporsi, non rendendosi conto del vantaggio che certamente sarebbe derivato allo sviluppo del senso civico e della maturit\u00e0 politica nello stato unitario da tanti esempi offerti dalla Serenissima in tanti momenti della sua travagliatissima storia.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">L&#8217;ISTRIA AUSTRIACA<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con la fine della sovranit\u00e0 veneziana l&#8217;Istria, inserita in Austria e nella mitteleuropa, fece parte di una entit\u00e0 amministrativa con capoluogo Pisino.\u00a0Il peso demografico dell&#8217;Istria interna popolata nella sua quasi totalit\u00e0 da slavi, ebbe l&#8217;effetto di cancellare l&#8217;egemonia politica istro-veneta.\u00a0Secondo la storiografia italiana tale operazione fu attuata premeditatamente da Vienna.\u00a0Tale versione trascura e minimizza il fenomeno che alla met\u00e0 dell&#8217;ottocento invest\u00ec l&#8217;impero austro-ungarico: l&#8217;emergere della coscienza nazionale slovena e croata.\u00a0Da quel momento gli opposti nazionalismi contrapponendosi elaborarono i concetti della superiorit\u00e0 della maggioranza a svantaggio dalle minoranza.\u00a0Queste conflitti diventarono esplosivi e tali da condizionare, fino ai nostri giorni, negativamente le societ\u00e0 multietniche.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">RISVEGLIO SLAVO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A partire dalla seconda met\u00e0 dell&#8217;ottocento il movimento slavo istriano si organizz\u00f2 culturalmente.\u00a0Dal 1866 al 1911 in cinquantanni furono avviate novanta biblioteche: due terzi croate e un terzo slovene. Le sale di lettura dislocate in ogni piccolo borgo completarono il quadro culturale.\u00a0Si svilupp\u00f2 l&#8217;attivit\u00e0 editoriale e sotto la spinta dei maestri slavi e del clero capeggiato dal vescovo Giorgio Dobrila, l&#8217;etnia croata assunse un peso politico nella dieta istriana e nel parlamento di Vienna.\u00a0Questa spinta culturale port\u00f2 alla costituzione di nuclei di borghesia urbana slava in grado di sfidare l&#8217;egemonia economica-culturale istro-veneta.\u00a0Venuto meno il fenomeno di assimilazione, cess\u00f2 di essere maggioritaria.\u00a0Secondo le statistiche basate sull&#8217;uso della madrelingua gli italiani costituivano quasi il 40% dell&#8217;intera popolazione istriana.<\/p>\n<p>Remo Calcich<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>MONDO LATINO L&#8217;Istria per la sua posizione geopolitica visse nei secoli una storia complessa tale da creare una sintesi culturale originale.\u00a0La fine dell&#8217;impero romano la colloc\u00f2, a partire dal quarto secolo, nell&#8217;area bizantina. 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